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«Diamo ai profughi siriani la speranza di nuova vita»

di Miriam Figliuolo
«Diamo ai profughi siriani la speranza di nuova vita»

Vezzano: parla Sara, che ha accompagnato l’arrivo in Italia di cinque famiglie La sua esperienza di volontaria in Libano (e non solo) per Operazione Colomba

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VEZZANO. Sara è tornata domenica sera, dopo dieci giorni trascorsi in Libano nel campo profughi siriano di Tel Abbas, a pochi chilometri di distanza dal confine con la martoriata Siria, devastata dalla guerra dal 2011.

Tutti i 64 profughi, la maggioranza bambini, che si trovavano in quel campo sono arrivati in Italia ieri, grazie al «corridoio umanitario» approntato dalla Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle chiese evangeliche in italia (Fcei) e la Tavola Valdese, con l’avvallo delle istituzioni italiane e libanesi. Ventuno di loro (un intero ceppo familiare costituito da 5 famiglie) verrà ospitata nelle parrocchie di Brescello, Novellara, Bagnolo e Santa Vittoria di Gualtieri. In tutto sono arrivati in Italia 93 profughi.

Perché decidere di fare la volontaria in Libano?

«Al volontariato mi sono avvicinata a Reggio Emilia – dice Sara, 25 anni, figlia del sindaco di Vezzano, una laurea in Scienza della Comunicazione e dal 2012 volontaria di operazione Colomba, Corpo non violento di pace della Comunità Papa Giovanni XXIII – facendo l’educatrice con i gruppi di volontariato giovanile».

Farlo in zone di conflitto non è proprio la stessa cosa. Una scelta di vita. Perché?

«La prima volta che sono partita mi attraeva il fatto di vivere con e come le persone nelle zone di guerra. E lottare così per la giustizia. Poi si è radicata in me la convinzione che l’azione dei civili, al contrario dei militari, fanno davvero la differenza».

Ovvero?

«La nostra presenza nella maggioranza dei casi è un deterrente per qualsiasi forma di violenza e così ridiamo speranza per il futuro a chi l’ha persa. In Colombia e Palestina per esempio supportiamo la resistenza non violenta e denunciamo la violazione dei diritti umani, accompagnando la popolazione nelle mansioni quotidiane. In Albania martoriata da faide sanguinarie tra grandi famiglie lavoriamo per la riconciliazione. In Libano da due anni siamo gli unici a vivere con e come i profughi siriani in un campo. Qui abbiamo costruito una scuola. Grazie alla nostra mediazione per esempio una mamma con due bimbi talassemici ha trovato aiuto da un volontario libanese che tutti i mesi ha donato il sangue e portato medicine».

Come è la situazione in Libano?

«Parliamo di un paese grande come l’Abruzzo, che non ha mai firmato la convenzione mondiale per i profughi e dove le organizzazioni umanitarie non possono allestire i campi. Dal 2011 si sono riversati fuori dalla Siria due milioni di persone in fuga (parliamo della metà della popolazione di quella nazione). Questo ha aumentato tantissimo la tensione. Il campo profughi informale di Tel Abbas, allestito anche con l’aiuto di alcuni libanesi, ha cominciato a ricevere serie minacce da altri che non lo volevano. La situazione stava diventando insostenibile e alcuni siriani parlavano già di prendere il mare. La comunità Papa Giovanni XXIII, chiamata a contribuire al corridoio umanitario, lo ha segnalato. Io ho aiutato a preparare la partenza. Un momento molto delicato, carico di una grande emotività. Speranza e tanto dolore, per la consapevolezza di non potere più tornare a casa».

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