Siluri pieni di diossina sul Po, è allarme-salute
Boretto: c’è chi li mangia, anche perché le bande di pescatori di frodo li rivendono spacciandoli per altri tipi di pesci
BORETTO. Pesce alla diossina? Stando alle analisi effettuati su alcuni esemplari che frequentano il Po, sembra proprio di sì. Che mangiare i pesci pescati nel grande fiume non sia salutare si è sempre saputo, ma adesso arrivano dati che confermano l’alta percentuale di sostanze tossiche contenute al loro interno.
Nei giorni scorsi l'Istituto zooprofilattico di Piemonte, Liguria e Val d’Aosta, nell’analisi di 119 esemplari di siluro ha rilevato alte quantità di metalli pesanti, policlorobifenili (sostanze simili alla diossina responsabili di importanti disturbi) e idrocarburi.
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Dati che sembrano confermare quanto emerso dallo studio condotto pochi anni fa dal Corpo Forestale di Reggio Emilia – che aveva incaricato l’Istituto zooprofilattico di Emilia Romagna e Lombardia – e mai pubblicizzato abbastanza: la percentuale di diossina riscontrata su siluri di piccola taglia (di circa 10 chili di peso) pescati nella zona di Boretto risulta superare dal 300 al 600% la soglia consentita dalla legislazione europea.
Un dato, questo, che a maggior ragione evidenzia come il siluro non possa essere impiegato nell'alimentazione umana o in quella animale. Il problema è molto più serio di quel che si possa pensare, in quanto si associa in maniera diretta a un'altra questione-chiave che riguarda sempre il Po, ossia il bracconaggio.
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La pesca di frodo perpetrata dalle bande dell’Est Europa – che ormai da anni flagellano il fiume – rischia infatti di avere importanti ripercussioni anche sulla salute di tutti. Una volta pescati i siluri, infatti, questi malviventi li spediscono (privi di qualsiasi accortezza igienico sanitaria) nei loro paesi d’origine, dove finiscono poi sulle tavole e nelle case. [[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:reggio:foto-e-video:1.9788933:MediaPublishingQueue2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/reggio/foto-e-video/2014/08/20/fotogalleria/pesca-di-frodo-sul-po-con-gli-storditori-elettrici-le-immagini-shock-1.9788933]]
Lo stesso problema si ripropone poi in Italia: è già successo che i “predoni” siano riusciti a piazzare in qualche mercato abusivo i siluri (spacciandoli per altri tipi di pesce), che vengono poi messi in commercio con gravi rischi per la salute dei consumatori.
[INTERATTIVO] Sulle tracce dei pirati del Po
Il siluro in particolare rappresenta una perfetta “cartina tornasole” per quanto avvenuto nel Po negli ultimi decenni. La fauna ittica, infatti, può accumulare queste sostanze negli anni e, nel caso del pesce siluro, amplificarne di molte volte il livello e quindi la nocività: più un siluro è grosso, più è vecchio, e più è vecchio e più il suo corpo avrà immagazzinato sostanze nocive.
Il fenomeno del consumo del pesce di Po non è facilmente arginabile. A maggior ragione se vengono presi provvedimenti che vanno in contrasto con questi dati. Come ad esempio la direttiva della Regione Lombardia, che ha dato il via libera alla commercializzazione del siluro.
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«Una situazione paradossale – commenta il reggiano Vitaliano Daolio, titolare dell’acquario del Po di Motta Baluffi, in provincia di Cremona – che potrebbe avere importanti conseguenze sulla salute pubblica. I laghi lombardi nei quali si trovano i siluri, infatti, sono molto più inquinati del Po, migliorato negli ultimi anni ma con ancora tanti problemi».
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