Reggio Emilia, città d’arte con 20 anni di ritardo
Era in un elenco regionale dal ’98, ma solo a fine febbraio il Comune ha fatto richiesta formale per entrare nel circuito
REGGIO EMILIA. Reggio Emilia è una città d’arte con vocazione turistica? Sì, almeno sulla carta. Anche se il suo riconoscimento ufficiale viene chiesto con un ritardo di quasi vent’anni. E per motivi squisitamente economici: ottenere contributi “riservati”. È quanto contenuto in una delibera di giunta del 25 febbraio, nella quale il Comune chiede alla Regione di inserire ufficialmente anche Reggio fra le città di interesse artistico e turistico.
Una lista stilata già dal 1998, in cui in realtà era presente anche Reggio. Ma la questione per la nostra città non ha avuto un seguito perché il Comune non ha mai avanzato formale richiesta. Il motivo? Entrare a far parte delle città d’arte avrebbe comportato una liberalizzazione degli orari dei negozi, mai richiesta dalle associazioni di categoria del commercio. La liberalizzazione è stata poi varata nel 2012 dal governo Monti, che ha dato il via libera a negozi aperti ovunque e comunque. E Reggio quindi ora si è decisa: è il momento di diventare “artistica”. [[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:reggio:foto-e-video:1.13059592:MediaPublishingQueue2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/reggio/foto-e-video/2016/03/03/fotogalleria/reggio-emilia-citta-d-arte-ecco-le-meraviglie-della-nostra-citta-1.13059592]]
«La richiesta di diventare città d’arte solitamente arrivava dalle associazioni di categoria del commercio, che prendevano questa iniziativa per avere una liberalizzazione – spiega l’assessore comunale al Commercio, Natalia Maramotti – Nella nostra realtà territoriale non abbiamo mai avuto richiesta. Ora l’aspetto relativo alle liberalizzazioni è diventato superfluo».
Secondo Maramotti, «il riconoscimento e la catalogazione sono un presupposto per poter presentare progetti al programma operativo regionale, che ha alla sua base i finanziamenti europei». Di qui la decisione di compiere il grande passo. E chiedere finalmente di essere riconosciuti come città d’arte.
Ma lo siamo davvero? Maramotti non ha dubbi: «È l’inizio di un percorso». Ed elenca i grandi classici reggiani: il Tricolore, i Chiostri, la Ghiara, Calatrava, Fotografia Europea. Cita persino la Casa dei burattini di Otello Sarzi, che a fine 2015 era a un passo dalla chiusura proprio perché nessuno voleva finanziarla. Per un momento, chiama in causa anche l’Expo, anche se poi ammette che si tratta «di un turismo più legato al sistema produttivo».
Luoghi ed eventi reggiani sono stati inclusi in un opuscolo di 25 pagine che il Comune ha preparato come allegato alla domanda, con l’obiettivo di entrare finalmente nel “ghota” artistico culturale, nel quale sono elencati oltre 150 Comuni emiliani-romagnoli, fra i quali una quindicina reggiani. E così anche Reggio potrà fregiarsi di un titolo che generalmente viene associato ad altre città, come Ferrara, Ravenna, Bologna, Parma e Modena.
Sarà all’altezza? «Di certo arte e turismo non si misurano sulla base dei pullman che arrivano – chiosa Maramotti – Ogni città ha una propria storia e un proprio turismo. Io sto pensando alle storie legate alle nostre specialità. E alla nostra contemporaneità, come Fabro, LeWitt, Morris. I dati mostrano segnali di crescita, anche grazie all’attenzione di imprenditori privati».
Un piccolo passo avanti che trova sponda in Donatella Prampolini, presidente Confcommercio, che rileva tuttavia come il riconoscimento rappresenti un punto a favore della «grande distribuzione e di chi si oppone alle chiusure anche a Natale, pur cambiando poco per i nostri negozianti».
Quanto al resto, «al di là delle “targhette”, è importante che Reggio diventi davvero un’attrazione, visto che il turismo ora è solo d’affari. Non c’è traccia di un turismo d’arte, nè culturale». Secondo la presidente Confcommercio, «deve cambiare la testa degli amministratori: se si vuole essere città d’arte bisogna lavorare con gli operatori e metterli nell’ottica di fare davvero una promozione programmata della città. Strategie che in questi anni non sono state messe in pratica, rendendo la nostra città sempre meno fruibile».
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