Gazzetta di Reggio

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Gli anticorpi che scopriamo di non avere

di PAOLO CAGNAN
Gli anticorpi che scopriamo di non avere

Il Duopolio costretto a «rileggere» il passato e la continuità che impedisce di fare luce

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di PAOLO CAGNAN

E così, adesso scopriamo che gli anticorpi erano poco più di uno spottone, per chi ci voleva credere. Anticorpi contro le mafie, l'affarismo, i patti scellerati.

Ce lo hanno spiegato insigni studiosi, per molti anni: Reggio tiene, Reggio è immune, Reggio vigila. Reggio baluardo democratico, sempre e comunque con la schiena dritta.

Il teorema è stato puntellato di tanta retorica buonista e altrettanta aria fritta: convegni, tavoli di lavoro, protocolli, gemellaggi, dibattiti, corsi di educazione alla legalità e via discorrendo. L'Antimafia che salva la facciata e non vede quello che ha davanti agli occhi. Non è forse un caso che l'ex sindaco Graziano Delrio, all'indomani della pubblicazione degli imbarazzanti verbali sul suo interrogatorio da parte della DDA di Bologna (viaggio a Cutro, Nicolino chi, difesa tout court della comunità cutrese) abbia replicato a suo tempo proprio così: sfoderando un interminabile elenco della paccottiglia istituzionale di cui sopra.

"Va tutto bene", questo è stato il mantra sino a poco tempo fa. Lo è stato per anni, per decenni. Ortodossia allo stato puro: del resto, il Sistema doveva sopravvivere a se stesso, autoalimentandosi e nutrendosi dei suoi miti fondativi.

Il diktat implicito, chiarissimo a tutti, dentro e fuori: non si parla di crisi della cooperazione, non si parla della 'ndrangheta. I panni sporchi si lavano in casa; anzi, a volte non si lavano proprio: si mettono lì ad asciugare, in bella vista, che tanto non succederà niente. Chi canta fuori dal coro, nella migliore delle ipotesi, è in cerca di protagonismo o va a ingrossare le fila dell’Associazione Macchina del Fango, ben prima che spuntassero i grillini.

Ora, però, siamo a un nuovo bivio. Il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti firma una relazione che dovrebbe aprire gli occhi anche a chi se li è volutamente bendati: addio Emilia felix, l'ex Regione modello è oggi "aggredita da una patologia diffusa" e cerca di curare il cancro con l'aspirina.

In Emilia Romagna, scrive il procuratore Roberti, «il silenzio e l'omertà hanno caratterizzato l'atteggiamento della società civile rallentando il formarsi di una piena consapevolezza della reale dimensione del fenomeno, compromettendo e rendendo più complessa una tempestiva ed efficace azione di contrasto».

Non solo: l’omertà regna sovrana, e al processo Aemilia le parti civili - quelle “vere”, non istituzionali - si sono ben guardate dal farsi vedere.

Oggi, il Sistema sembra un pugile suonato che cerca di non finire al tappeto menando colpi a casaccio, quasi sempre mancando il bersaglio. Una volta c'era il Duopolio, onnipotente e onniscente. Il Partito e la Cooperazione. Sì, insomma, l'Emilia rossa che poteva vantare molte eccellenze. C'erano e ci sono ancora, beninteso. Ma piuttosto incerottate.

Ci hanno insegnato fin da piccoli ad avere rispetto dei padri, specie se hanno saputo costruire storie importanti prima di noi, per noi. Se ci hanno trasmesso dei valori. Se, con il loro fulgido esempio, costituiscono un modello cui ispirarsi. I valori sono un'eredità, un patrimonio. Sono l'essenza di ciò che siamo oggi.

Il fatto è che il Duopolio sta barcollando, per fattori endogeni più che esogeni.

Vogliamo partire dalla cooperazione? E' passato più di un anno da quando, su queste colonne, cercavo - allora invano - . di stimolare una discussione pubblica e senza rete sulla sua crisi, sugli errori e le gravi manchevolezze del passato.

I sentori di forte difficoltà si stavano tramutando in schianti fragorosi, i cooperatori rimasti a casa già urlavano la loro rabbia ma niente, "quelli" avevano innalzato il muro di gomma, stupiti e quasi scandalizzati del fatto che qualcuno si azzardasse a chiedere loro conto.

Poi, la situazione è precipitata. Effetto domino sulle coop edili, una dietro l'altra. Qualcuno, in Legacoop, ha iniziato a farsi qualche domanda, ma la resilienza è stata tenace.

«A testa alta e con la schiena dritta», scriveva Giovanni Monti (presidente di Legacoop Emilia Romagna) dopo lo scandalo CPL Concordia rispondendo a un articolo di Giovanni Tizian dell'Espresso che aveva osato segnalare la mutazione genetica dal modello etico originale a una sorta di suk degli affaristi, con il massimo ribasso trasformato in ideologia e intraprese che non consentivano quasi più di distinguere tra cooperative e capitalismo spinto.

Il primo, vero segno di discontinuità si era aperto nel maggio scorso, con il nostro Forum in redazione assieme a Luca Bosi, una sorta di Mister Wolf ("risolvo problemi") della cooperazione. La sua Sicrea è un esercito della salvezza che salva il bambino e getta l'acqua sporca. Per il resto, verrebbe da dire, muoia Sansone con tutti i filistei. Ma anche questo non è vero, perché qui muoiono solo i filistei, mentre Sansone è fuggito per tempo e ora si gode pensione e benefit forse neppure restituiti.

Ora che i danni sono stati fatti, avanza la tardiva consapevolezza che occorre ammettere ciò che è stato, ma ad applaudire è rimasta solo la claque. Là fuori, c'è il funerale inscenato dai dipendenti della Cormo e quello striscione che urla "bugiardi". Poco conta, per chi ha perso il lavoro e si è visto volatilizzato il prestito sociale, sapere che le nuove leve non hanno colpe. La cooperazione, un percorso di "nuova consapevolezza" l'ha avviato e gliene va dato atto. E l’altra metà del Duopolio? Il percorso non appare meno accidentato.

Le ultime elezioni comunali hanno prodotto un gran numero di nuovi sindaci. Amministratori in genere capaci, in sintonia con i loro territori. Alcuni di questi comuni - lasciamo stare Brescello, per una volta - sono ad alto tasso di radicamento mafioso: speriamo che non saltino fuori nuovi scheletri.

Di certo, il Partito democratico sembra più propenso a gestire la res publica che ad affrontare il tema del radicamento mafioso anche se spiragli, ora, se ne vedono. Il problema, anche qui, è quello della continuità politica. Semplicemente, non puoi dare addosso a chi c'era prima di te. "L’operazione parco Ottavi è stato una cazzata", è sbottato mesi fa il sindaco Vecchi. Ma è stata un'eccezione. Chi c'era prima di te, il più delle volte, è chi ti ha messo lì.

Non è facile.

Più che altro, e questo è il sentimento prevalente, non sai cosa ti potrebbe cadere in testa da un momento all'altro. E' una bruttissima sensazione, questa. Perché hai voglia a dire che l'unico politico coinvolto in Emilia è stato un esponente del centrodestra. Vero, inconfutabile. Ma dov'era il Partito?

Firmava protocolli e si faceva contemporaneamente sponsorizzare dall'Aier di Antonio Gualtieri, numero due della cosca Grande Aracri. Organizzava scuole di legalità e portava i cutresi in processione (ops) dal prefetto De Miro, a lamentarsi delle interdittive. Approvava delocalizzazioni, interventi diretti e piani particolareggiati senza verificare i reali valori catastali, pur conoscendo quei nomi. Piazzava personaggi ambigui in ruoli strategici mentre pontificava sugli anticorpi. Assisteva a brogli elettorali senza chiedersi cui prodest. Certo, nell'elenco dei latitanti il Partito era in buona compagnia. C'è stato un lungo vuoto investigativo, innanzitutto. Ci sono state le banche, le finanziarie, le immobiliari. Uno stuolo di liberi professionisti prezzolati, sedicenti e non, pronti a firmare qualunque atto. Notai compiacenti, intermediari prezzolati, forse anche alti funzionari a libro paga. Ancora oggi, c'è una parte di società civile che tutto questo, semplicemente, non vuole vederlo. E ce n'è un'altra che, invece, si sta chiedendo se chi era della partita sia stato semplicemente ingenuo, spregiudicato o colluso. Quasi un gioco delle tre carte. Quale sia la meno grave, va da sé.

Nessuno sa cosa verrà. Ora c’è anche un pentito, che pare stia raccontando molte cose. E ci sono indagini in corso, di cui nulla ovviamente si può dire.

Sospetto e calunnia non abbiano il sopravvento, ha scritto pochi giorni fa l'ex vicesindaco di Reggio Ugo Ferrari. Aggiungendo, proprio a conclusione del suo lungo outing: «Ciò che riesco a dire è che una inconsapevole ingenuità e una dose di presunzione ci faceva sentire forti, immuni da questo contagio; non abbiamo messo nel conto dovuto che potessero annidarsi fenomeni così lontani da noi, per moralità e per cultura….ma di questo avremo modo di riparlare».

Temo di sì.

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