"La 'ndrangheta qui ha usato poco la violenza, per radicarsi è bastata la corruzione"
Il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, a Bologna: "Si è sottovalutato tanto, ma ora vedo segnali di contrasto alla criminalità organizzata"
REGGIO EMILIA. «Le mafie in Emilia-Romagna sono arrivate con la droga e l’imprenditorialità, con la forza dei soldi, usando la violenza solo come forza di riserva dove non funziona la corruzione, che però purtroppo ha funzionato quasi sempre». È quanto affermato ieri a Bologna davanti a centinaia di studenti da Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia, all’incontro “L’impegno civile nel contrasto alle mafie”.
Ndrangheta a Reggio Emilia, il nostro speciale
L’incontro è stato promosso dall'Assemblea legislativa insieme all’Università di Bologna, con la collaborazione di Cortocircuito, l’associazione antimafia studentesca di Reggio Emilia il cui coordinatore, Elia Minari, ha condotto l'incontro.
«La minimizzazione ha favorito l’espansione e il radicamento delle mafie, è il momento di prenderne atto e voltare pagina», ha spiegato Roberti, davanti agli studenti delle scuole superiori e dell’Alma Mater. Ma, dopo la relazione annuale che ha fornito un ritratto impietoso della situazione in Emilia-Romagna, il procuratore è sicuro: «Lo Stato se vuole può vincere la criminalità organizzata, ma serve una presa di coscienza corale dei cittadini responsabili. Il contrasto giudiziario non è più sufficiente, servono presidi di legalità di fronte al cedimento culturale e etico, all’incapacità di capire l’infiltrazione della criminalità organizzata».[[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:reggio:cronaca:1.13054094:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/reggio/cronaca/2016/03/02/news/l-antimafia-sentenza-addio-emilia-felix-ora-sei-terra-di-mafie-1.13054094]]
Sul contrasto alle mafie in Emilia, il procuratore ha ricordato che «anche la legge del 2011 sulla legalità e la cittadinanza responsabile, se viene attuata e se le viene dato seguito con comportamenti attivi può essere una base importante per un rilancio di questa regione di cui tutti gli italiani dovrebbero essere orgogliosi per la sua efficienza, civiltà e cultura»,
Per Roberti, «si tratta di prendere atto di questa realtà e decidere di farla finita con le organizzazioni mafiose e con le relazioni che sono la loro vera forza». Sul territorio emiliano non sono mancati contatti tra esponenti della ‘ndrangheta e il mondo imprenditoriale, giornalistico. Persino esponenti delle forze dell’ordine sono coinvolte nel processo.
«Questo dimostra – ha concluso Roberti – che non esiste a priori una parte sana della società, e che bisogna sempre verificare con i fatti chi sta contro e chi invece a favore delle organizzazioni mafiose. E a volte purtroppo si hanno delle sorprese».
All’incontro ha partecipato anche Maria Falcone, sorella di Giovanni Falcone e presidente della “Fondazione Giovanni e Francesca Falcone”: «Per fortuna siamo ben lontani dagli anni ‘80, oggi i ragazzi si impegnano e la società civile si è svegliata, nessuno rischia più l’isolamento che Giovanni ha dovuto subire durante il suo lavoro».
La presidente dell'Assemblea legislativa, Simonetta Saliera, i cui saluti hanno aperto i lavori insieme a quelli del rettore bolognese Francesco Ubertini, ha invitato tutte le istituzioni a «essere consapevoli di non essere immuni alle infiltrazioni, la nostra forza sta nel non nascondere la polvere sotto il tappeto, ma nel voler irrobustire gli anticorpi che ci permettono di resistere a criminalità e corruzione».
Saliera ricorda «gli 800 mila euro investiti per avere il processo in questa regione, con l'obiettivo di farne parlare ogni giorno». E ammette che «non siamo riusciti a creare tutti i muri invalicabili sempre necessari per sbarrare l'inserimento delle attività criminose, per questo abbiamo sempre bisogno di coraggio civile e di voglia di denuncia».
Un invito a tenere alta la guardia è arrivato anche da Gaetano Paci, procuratore aggiunto della Direzione investigativa antimafia di Reggio Calabria, perché «ci troviamo di fronte a una sfida molto delicata: la leva della repressione ha dato fino ad ora ottimi risultati, ma non è più sufficiente». Per Stefania Pellegrini, direttrice del Master in “Gestione e riutilizzo di beni e aziende confiscati alle mafie. Pio La Torre” dell'Università di Bologna, «è importante capire e comprendere le dinamiche mafiose: la mafia non porta ricchezza al territorio, la ruba».
L’incontro è stato aperto da un messaggio indirizzato ai ragazzi dal presidente del Senato, Pietro Grasso, atteso a Reggio il 25 aprile.
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