Fra egoismo e solitudine
Ho letto con piacere e profondo interesse l’intervento del Vicesindaco di Reggio Emilia, Matteo Sassi, in merito al dibattito scaturito dalla cronaca degli ultimi giorni, in particolare sul tema della maternità surrogata. Si capisce che c’è uno sforzo di riflessione non banale a sostegno delle tesi contenute. Nello stesso spirito, per continuare un sano dibattito anche a livello locale in merito a queste questioni, vorrei proporre un ulteriore contributo.
Lo faccio da cristiano, cattolico, interessato alla vita di questo paese e impegnato (pro-tempore) nell’Amministrazione Pubblica e, spero, con profondo rispetto di Matteo e delle idee altrui.
Credo fermamente (ma non con superbia) che essere atei (o agnostici) non è certo una colpa ma, a parer mio, apre ad una possibile mancanza della dimensione trascendete, che è parte importante nella ricerca di risposte alle domande di ogni uomo. Dimensione che può essere messa legittimamente da parte, rischiando, però, un impoverimento. Inoltre, “la dimensione religiosa – diceva Papa Benedetto XVI – non è una sovrastruttura; essa è parte integrante della persona”. Così come la dimensione spirituale, con le sue mille sfaccettature, è patrimonio di ogni essere umano.
Il Vicesindaco Sassi, quando dice che il confronto sulle grandi questioni oggi sul piatto del dibattito pubblico dovrebbe partire dalla “centralità dell’amore di cui gli uomini e le donne sono capaci e dalla fiducia nella ragione che sa farsi legge e diritto”, omette (per scelta o per non conoscenza diretta) un terzo elemento, quello di un amore generativo e gratuito all’origine della vita.
E’ patrimonio di tutte le religioni monoteiste quello di credere in un Dio che ha creato, che ha generato, che ha insegnato amore, che è Amore. In particolare, per i cristiani, Deus Caritas Est, cioè Dio stesso è Amore e Misericordia, manifestati e incarnati nella vita di Gesù e nel Vangelo della sua vita. Vita di Gesù che ci ha rivelato il volto di Dio e che ci ha dato un esempio per seguirne le orme.
La fede cristiana, quindi, non è un insieme di dogmi e di precetti da ossequiare senza ragione e critica, ma un percorso faticoso di continua ricerca e conversione cercando di vivere con amore e ragione la vita concreta di ogni giorno.
E’ chiaro che non è automatico che tutti coloro che si riferiscono ad una fede o ad una visione religiosa della vita, utilizzino poi con correttezza l’altrettanto necessaria ragione. Ed è per questo che gli estremismi, da qualsiasi parte vengano, non possono essere utili alla crescita del bene comune, perché tolgono spazio e dignità all’altro, altra dimensione molto reale e concreta (l’altro da me) e anche religiosa (l’Altro che mi ha generato).
Ecco allora che il “rapporto tra la volontà dell’uomo e la vita” citato da Sassi, ha, a mio parere, un terzo “incomodo” che risulta difficile da spiegare a chi non ha fede. Anche perché, la fede, io la intendo come dono che si può cogliere o meno e che rimanda al concetto di gratuità. Non toglie nulla, ma aggiunge. Ed è normale che chi vive un dono come positivo non può non essere propenso a ridonarlo a sua volta, non con la clava o la spada, ma con la testimonianza, la voglia di dire agli altri qualcosa di bello, qualcosa di utile, con il massimo rispetto di tutti, anche di chi non vuole o non riesce a cogliere il dono stesso.
A partire dalla logica del dono, non mi trova d’accordo quanto affermato da Sassi che evidenzia come contraddizione il non volere l’aiuto della tecnica per avere figli e, invece, utilizzarlo fino all’estremo per evitare la morte. Non penso sia una contraddizione perché la vita è sempre un dono! Quando non c’è lo si aspetta (mettendo anche in conto che non arrivi) e quando lo si ha, lo si rispetta (mettendo in conto che possa anche non piacere del tutto o pensare non sia più utile).
Condivido quanto sotteso al ragionamento del Vicesindaco che mette in evidenza come il dialogo sulle grandi questioni morali ed etiche tra credenti e non credenti deve essere quello della ragione e del confronto laico, in vista della ricerca di un bene che deve essere di tutti e che il senso dello Stato dovrebbe essere terreno comune e sgombero dalle diverse fedi e appartenenze religiose. In questo senso, ribadisco, il contributo di chi vive la fede ed è stato formato anche con principi religiosi, non può che essere positivo, aggiuntivo.
Proviamo a fare un esercizio di ricerca di maggiore sobrietà per ripulire i ragionamenti in atto nel nostro paese dagli estremi (così come si fa a volte in statistica per cercare una funzione “normale”) e cerchiamo di cogliere il pensiero e il parere dell’altro non necessariamente come contrappositivo solo perché sappiamo da dove viene. Un inziale credito positivo verso le opinioni altrui aiuta a vedere l’altro come contributo alla mia vita e non come nemico da cui stare lontano o, addirittura, da combattere.
In questo senso, mi sembra un po’ semplicistica l’affermazione di Sassi che indica come causa di contraddizione tra le diverse posizioni in merito alla vita surrogata e all’accanimento terapeutico il “pensiero conservatore e segnatamente le gerarchie ecclesiastiche che spesso lo ispirano”.
Io non so cosa sia meglio decidere in sede legislativa rispetto alle unioni civili, alla maternità surrogata, alle adozioni da parte di omosessuali, alla eutanasia, ecc. Ho alcune idee che nel confronto con altri sono sicuro si affinerebbero, ma non sono in parlamento. Certamente, non ho nessuna volontà di arrivare ad uno Stato etico, alla negazione della libertà e a combattere l’autodeterminazione dell’uomo.
Di sicuro, so che sono felice e contento di essere sposato con mia moglie, di non essere ricorso a fecondazione assistita o eterologa, di avere figlie che crescono con una figura materna e una paterna, di poter assistere fino all’ultimo respiro parenti e amici ammalati. E non lo dico per ideologia o teologia, ma per esperienza di vita. Niente da imporre ad altri che la pensano diversamente, ma la certezza che questo sia bene per me, la mia famiglie e la comunità e un sano orgoglio di testimoniarlo con gioia, decisione e convinzione (pur nella ineludibile fatica quotidiana).
Se la logica del dono vince su quella dell’egoismo e se le buone relazioni tra le persone distruggono il cancro della solitudine, allora sarà più facile disquisire di vita, di morte, di volontà dell’uomo e di presenza di Dio. E sarà più facile, più ricco e più bello, navigare nel mare della diversità.
vicesindaco di Correggio ed ex direttore della Caritas
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