Morto Piero Iotti, testimone dell’orrore
Fino all’ultimo ha tenuto lezioni agli studenti e accompagnato i viaggi della Memoria a Mauthausen, oggi i funerali
SANT’ILARIO. Una colonna del ‘900 reggiano, un pezzo di storia gentile e sempre attiva. È difficile raccontare il dolore per la morte di Pietro “Piero” Iotti, scomparso mercoledì sera a quasi 90 d’anni di età. Li avrebbe festeggiati il 25 aprile, la sua festa preferita e non per la ricorrenza con il compleanno.
Iotti, deportato a Mauthausen a 17 anni perché antifascista, è stato uno dei grandi testimoni della guerra nel reggiano, dopo aver passato una vita come amministratore apprezzato nella sua Sant’Ilario così come a Reggio. Per decenni ha girato nelle scuole incontrando intere generazioni di studenti per raccontare della sua esperienza, della deportazione come della Resistenza, organizzando assieme all’amico di sempre, Nino Fantesini, tanti viaggi in Austria, tornando in quel luogo, Mauthausen, dove aveva passato i peggiori mesi della propria vita con la matricola 115.561, quel numero che ricordava sempre.
Da lì era tornato, dimezzato e provatissimo, assieme ad altri tre giovanissimi santilariesi, unici superstiti della retata nazista che aveva colpito il paese a fine 1944, togliendo tanti figli alle loro famiglie.
Gentile, cortese, ironico, sempre disponibile, spiegava con calma ai ragazzi, ascoltava, discuteva, e lo ha continuato a fare sino all’ultimo. A Sant’Ilario è stato protagonista di un’iniziativa con gli studenti locali il 23 gennaio, in occasione del giorno della Memoria, assistendo alla rappresentazione del suo libro di memorie da parte dei suoi giovanissimi compaesani.
Nelle ultime settimane, poi, il peggioramento delle condizioni di salute e la morte. La notizia ha fatto rapidamente il giro del reggiano, con un fiume di reazioni e di lacrime per una figura che ha segnato la storia locale, sia direttamente che con il suo lavoro come testimone e come divulgatore. Come uno dei papà dei viaggi della Memoria che oggi fanno parte dell’istruzione reggiana in maniera radicata. Senza scordare l’impatto avuto nel suo paese, Sant’Ilario, dove è stato giovanissimo sindaco comunista per 9 anni, e poi promotore di iniziative culturali, prima di ricevere la chiamata di un altro sindaco, Renzo Bonazzi, entrando nella sua giunta a Reggio. Una passione politica tramandata in famiglia, al figlio Alberto, oggi consigliere comunale sempre a Sant’Ilario. Il funerale in forma civile si terrà oggi pomeriggio.
Il corteo partirà dalla sala del commiato in via Edison 7 a Calerno, farà tappa alla casa di Piero in via Stalingrado a Sant’Ilario e da lì si continuerà a piedi per l’omaggio al monumento dei Caduti in piazza della Repubblica. Dopo un’altra doverosa fermata al municipio, il percorso si concluderà al cimitero per la sepoltura. In queste ora tornano spesso in mente i tanti racconti e le tante riflessioni regalate negli anni da Iotti, in gran parte poi contenuti nel suo libro di sopravvissuto.
Piene di dolore erano le parole dedicate al ritorno e agli amici: «Dieci deportati da Sant’Ilario, tre superstiti: oltre a me, Fabbi e Bocconi. Anche Braglia era riuscito a tornare, ma dopo qualche mese di inutili cure aveva raggiunto gli altri. La prigionia fu relativamente breve; un tempo, però, difficile da misurare. La dispersione del gruppo fra Mauthausen e Gusen, quello sprofondare nel caos delle lingue e della massa anonima aveva intaccato ogni legame. L’incontro con un compagno avveniva per fatalità. Trovai Bertani al lazaretto ma non riuscii a parlargli. Era in fin di vita, stravolto dal delirio. Mi affacciai sul suo giaciglio due o tre volte: ...Bertan... son Piero, son Iot! E lui: Va via, va via! Agitava le braccia, tremava in tutto il corpo. Forse era stato picchiato e aveva paura di chiunque si avvicinasse, o forse l’agonia raccoglieva in quello spasmo tutta l’esperienza del lager: va via, va via! Siamo rimasti solo in tre. Ciascuno con la sua vita che dura negli anni. Il vuoto che ci separa lascia avvertire, talvolta, l’assenza degli altri sette».
Una delle preoccupazione di Iotti era poi quello per il futuro, che temeva perdesse la memoria: «Se la memoria tradisce me, che ho vissuto il lager, cosa accadrà a quelli che ne hanno solo sentito parlare? Cosa accadrà ai loro figli, e ai figli dei figli? Le prime volte tornavo a Mauthausen per un bisogno razionale: volevo guardare quel luogo con occhio sgombro, cioè fare quello che non era possibile durante la prigionia. Come tanti della mia generazione credevo che la memoria dello sterminio fosse assicurata dalla coscienza collettiva dell’umanità; credevo fosse un punto fermo. Non è così».
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