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Disastro ambientale, sono 100 le parti civili

Disastro ambientale, sono 100 le parti civili

Non è ancora terminata l’indagine sul secondo filone che vede anche i cittadini come parti lese

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CORREGGIO. C’erano due sirene che risuonavano ogni giorno nel cielo di Correggio: una alle otto meno dieci e una alle otto. Era il risveglio della Cemental. «Metà paese le sentiva, sincronizzavano la vita di tante persone. Tutta la parte est di Correggio la sentiva». È accorato il ricordo di due ex bambini, ora uomini, che sono cresciuti a poca distanza dalla «fabbrica della morte». Stefano e Andrea Nanetti, insieme alla mamma Rosa Di Maio, stanno lottando per rendere giustizia alla morte del padre Luciano. Ma oltre alla causa penale descritta sopra, c’è un’indagine per disastro ambientale doloso sempre contro la Cemental. Un filone molto corposo, ma che non è giunto ancora la dunque perché deve essere puntellato a dovere per poter essere efficace nell’eventuale processo. Proprio in questo filone le parti civili sarebbero circa un centinaio. «Non si tratta solo di ex lavoratori della Cemental - spiega l’avvocato Ernesto D’Andrea - qui sono coinvolte anche tutte quelle persone che hanno vissuto a contatto con le polveri della fabbrica e che sono state colpite da malattie causate dall’amianto. Il problema maggiore è che gli effetti deleteri producono il danno maggiore tra i 15 e i 40 anni successivi all’esposizione alle sostanze. Il picco previsto dovrebbe esplodere a breve quindi. «La difficoltà maggiore che riscontriamo ancora è quella delle testimonianze - anticipa Andrea Nanetti - molta gente ha timora di parlare ma le malattie fanno purtroppo il loro decorso e ricevere informazioni è importante per poter chiedere che venga fatta giustizia si un caso che riguarda centinaia di persone». Nei racconti dei superstiti viene indicato il un muro che separava le case dalla Cemental, «come si vede nella foto scattata all’epoca da Marzio Iotti che era un attivista ambientalista e aveva la fortuna tra virgolette di abitare lì» racconta Nanetti. «Si arrampicò sul tetto di un vicino e fece la foto che dopo tanti anni è ancora imporante. Lui stesso ci rimase di pietra: partì dopo tanti ricorsi un’indagine dell’allora Usl, c’era il dottor Della Capanna. C’erano già diversi decessi di persone che lavoravano e vivevano vicino a quella fabbrica situata in centro storico». (e.l.t.)

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