Gazzetta di Reggio

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«Non sapevamo fosse la fabbrica della morte»

di Enrico Lorenzo Tidona
«Non sapevamo fosse la fabbrica della morte»

Amianto: fissata l’udienza contro l’azienda. Imputato l’ex titolare Franco Ponti, accusato di omicidio colposo e lesioni gravissime

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CORREGGIO. «Toccavamo l’amianto con le mani, lo respiravamo ogni giorno. Ma nessuno ci ha mai detto che pericoli stavamo correndo, che la Cemental era una fabbrica di morte. Nessuno in azienda ci ha dato le protezioni necessarie». Paolo Montanari è considerato un superstite: a maggio compirà 81 anni e per 16 anni - dal 1955 al 1971 - ha lavorato alla Cemental, la più grande fabbrica della storia di Correggio, situata in centro al paese, e che per quasi mezzo con la sirena del mattino ha scandito la vita dei seicento dipendenti e delle centinaia di correggesi che dalle finestre di casa vedevano gli sbuffi di polvere alzarsi in cielo. Una polvere velenosa, formata da cemento-amianto, un pulviscolo in molti casi mortale a distanza di molti anni, utilizzato dalla grande fabbrica per i manufatti che avevano decretato la fortuna degli azionisti.

A Montanari, nel 2010, è stata diagnosticata l’asbestosi, malattia polmonare cronica combattuta ora anche sul piano legale e con un primo risultato tangibile. Con l’accusa di lesioni gravissime nei confronti dell’ex operaio Montanari e di omicidio colposo per il decesso nel 2012 del compagno di lavoro Luciano Nanetti - altro operaio alla Cemental per 4 anni e morto a causa di un mesotelioma pleurico - dovrà rispondere il 69enne Franco Ponti, titolare della fabbrica nella parte terminale della storia della fabbrica, che ha smesso di produrre nel 1989. Dopo oltre tre anni di indagine, il pm Isabella Chiesi ha chiesto il rinvio a giudizio. La prima udienza del processo è stata fissata il 5 aprile prossimo.

Un processo ora divenuto un punto di svolta importante, che si innesta in una vicenda lunga e che conta un’altra indagine per disastro ambientale doloso, non ancora terminata (leggi articolo sotto). «Prendevo l’amianto in mano ma non ci avevano detto niente, non ci davano nessuna protezione né mascherina» continua Montanari dallo studio del suo legale, Ernesto D’Andrea, che ha raccolto insieme ai figli di Nanetti gli indizi e le poche dichiarazioni per poter ricostruire il quadro della situazione. «Adesso io sto male - afferma l’ex operaio con un foglio in mano, zeppo delle malattie che lo affliggono da anni - ho l’asbestosi, vari tumori già operati, un ictus cerebrale. Questo perché in quella fabbrica ci facevano lavorare al chiuso, senza finestre. Io non riuscivo a starci dentro: faceva anche caldo, c’erano i fumi che venivano su e che respiravamo tutti i giorni. Alle volte aprivo le finestre per far cambiare l’aria ma di inverno c’erano questi grossi ventilatori che gettavano aria verso il basso per far essicare le lastre. E intanto noi respiravamo cemento-amianto».

Il degrado ambientale e l’aria irrespirabile era ben nota anche tra i cittadini che vivevano ai bordi della fabbrica, costretti a spazzare la polvere che si depositava senza sosta sui terrazzini dei palazzi civili.

«Non c’erano protezioni nonostante dal 1956 la legge italiana prevedesse che nei luoghi dove c’era polvere si dovessero usare mascherine o degli impianti di aspirazione - si sfoga Andrea Nanetti, impengato in una battaglia in nome del padre che non c’è più ma il cui ricordo è vivo nei figli - Alla Cemental hanno provveduto a mettere in funzione quei sistemi verso la fine degli anni Ottanta. La presa in giro era il mezzo litro di latte che davano da bere agli operai. Ma non bastava certo quello. Mi sembra strano che Ponti non sapesse che bisogna intervenire. Vedeva la gente attorno morire, i familiari soffrire per malattie molto simili fra loro, alle volte per la stessa malattia. E stiamo parlando dell’azienda più grande di Correggio, non di una fabbrichetta».

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