«Ma senza le suore come faremo?»
A Cella, nella storica Casa della Carità don Achille Melegari è preoccupato
REGGIO EMILIA. Le Case della Carità non chiudono, ma per la “creatura” di don Mario Prandi è iniziata la rivoluzione copernicana. Rivoluzione necessaria, visto il calo delle vocazioni e l’avanzare dell’età dei consacrati che le hanno gestite fin qui. Una situazione fotocopia di ciò che accade decenni fa per gli asili parrocchiali: con il ritiro delle suore della Congregazione Mariana, nate appositamente per queste strutture sociali e alle prese con la stessa crisi delle vocazioni che ha portato, per i sacerdoti, all’accorpamento delle parrocchie. Ora spetterà alle singole parrocchie il compito di assicurare la continuità di un servizio sociale molto sentito, con una modalità tutta da inventare.
A Cella, una delle prime Case in cui il ritiro delle suore avverrà entro giugno (l’annuncio è stato dato domenica nel corso della messa e giovedì prossimo verrà il vicario don Alberto Nicelli, per spiegare meglio il passaggio), la notizia ha lasciato parecchi dubbi. La Casa della Carità di Cella fu una delle prime ad essere aperte nel reggiano: ha festeggiato da poco il 60esimo anniversario, nell’atrio della canonica campeggia una foto della visita di papa Wojtyla nell’88, e conta al momento 12 ospiti (anziani, portatori di handicap, persone che non hanno un tetto o non sono in condizioni di vivere soli), ai quali è garantita assistenza 24 ore su 24, sette giorni su sette. «Certo il numero è calato negli anni, anche perché sono aumentati altri tipi di servizi diurni - spiega suor Elisabetta, una delle tre suore di Cella, la più giovane con i suoi 48 anni - ci dispiace andare via perché nel tempo ci siamo affezionate alle persone, ma ormai c’è penuria di novizie. Vedremo quale sarà il nostro nuovo incarico». La scelta è ricaduta su Cella per una conta di presenza distrettuale, essendoci già a Reggio le Case della Carità di San Girolamo e San Giuseppe. Ma la patata bollente ora passa alle parrocchie, che al momento non hanno idea di come gestire un’attività che ricadrà interamente sulle loro spalle. «Il ruolo delle suore era fondamentale: c’è un gruppo di una decina di ausiliari e semplici parrocchiani che danno una mano, ma la gestione è impegnativa e dubito che riusciremo a far fronte solo con i volontari - dichiara il sacerdote di Cadè, Gaida e Cella don Achille Melegari, dalla canonica di fianco alla Casa della Carità - d’altra parte, assumere dei dipendenti è impensabile, perché da statuto delle Case ogni ospite contribuisce con quello che può; altrimenti sarebbe un duplicato della casa di riposo Villa Margherita qui a fianco e non è certo questo lo spirito». Quindi in cosa si spera? «Vedremo, abbiamo appena iniziato un percorso di riflessione e la chiusura è l’estrema ratio - prosegue don Achille - ma giugno è vicino. Intanto possiamo fare un appello ai volontari».
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