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Delitto Gobbi, Infante: «Non sono complice. Attirato sul luogo e minacciato»

Delitto Gobbi, Infante: «Non sono complice. Attirato sul luogo e minacciato»

La difesa dell'imprenditore Roberto Infante al processo: «Ho sentito lo sparo e ho visto Bonazzoli con il fucile, mi ha ordinato di aiutarlo a portar via il corpo»

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BORETTO. Nella sua confessione l’assassino lo accusa di piena complicità. Prima per aver cercato, senza esito, un sicario che facesse il “lavoro” al suo posto. Poi per avergli dato appoggio in occasione di un agguato andato a vuoto davanti a casa della vittima designata. E, infine, per avergli fatto da spalla al momento del delitto e nella successiva fase del trasporto del cadavere, chiuso nel bagagliaio di una Range Rover abbandonata davanti a un ipermercato alle porte di Parma.

Da una parte il dito puntato di Luciano Bonazzoli, il 48enne bresciano di Gottolengo che ha confessato di aver ucciso il cognato a fucilate il 4 dicembre 2014 nella sua azienda di Viadana, la Luma srl. Dall’altra la versione dei fatti, del tutto diversa, che Roberto Infante, 52enne artigiano edile di Boretto, ha raccontato ieri mattina in mezz’ora di deposizione davanti alla corte d’assise di Mantova. Un racconto, il suo, in cui si è descritto non come un complice ma come una vittima, una persona costretta a collaborare alle fasi dopo il delitto sotto la minaccia di una ritorsione mortale contro di lui e contro la figlia.

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«Conoscevo Bonazzoli per via dei lavori fatti in azienda – – ha raccontato Infante ieri ai giudici – non avevo una grande confidenza con lui, però una confidenza me l’aveva fatta, sapevo che qualcuno gli stava addosso e che lui voleva dargli una lezione, pensavo volesse picchiarlo. Mi ha fatto capire più di una volta che voleva una mano, da me o da un mio dipendente. Ma gli ho sempre detto di no».

Ed ecco la sua ricostruzione del giorno del delitto. «Non sapevo chi fosse la persona a cui voleva dare una lezione – è il racconto di Infante – dopo aver tentato per l’ultima volta di convincermi e aver incassato un altro no, mi ha dato appuntamento in azienda per un lavoro, c’era il pavimento degli uffici e del bagno da rifare. Era il 4 dicembre, mentre ero alla Lumia è arrivato un uomo, non lo conoscevo, ho saputo dopo che era Gobbi. Ho lasciato Bonazzoli e quest’uomo alla macchinetta del caffè e sono andato a dare un’occhiata alle mattonelle in magazzino. Un attimo dopo aver voltato le spalle ho sentito lo sparo. Mi sono voltato, ho visto l’uomo a terra e Bonazzoli con il fucile tra le mani. “Crepa, bastardo” gli ha detto, e gli ha sparato ancora. Mi sono sentito male, ho vomitato. Bonazzoli mi ha puntato il fucile, mi ha detto che dovevo dargli una mano, altrimenti ammazzava, o faceva ammazzare, anche me e mia figlia». Così Infante, a detta sua, ha agito come un automa, per paura. Ha guidato per chilometri, lungo l’ex statale, fino al centro Eurotorri dove una telecamera l’ha inquadrato mentre scendeva dalla Range Rover con il cadavere nel baule. Prossima udienza il 25 marzo per il confronto tra accusa e difesa e la sentenza.

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