«Quel diploma per uscire dalla miseria»
Alcuni compagni di classe del commercialista hanno ricordato con nostalgia gli anni a “ragioneria”
REGGIO EMILIA. Sudare e lottare per garantire un futuro migliore a se stessi, ai figli e alla comunità a cui si appartiene era un imperativo categorico per Romano Merlatti e per i reggiani della sua generazione. Nell'aula magna dello Scaruffi, di fronte agli studenti di oggi, ne hanno dato testimonianza i compagni di scuola e i familiari del professionista, protagonisti di questa giornata in cui, assieme ad un uomo dal grande cuore è stato anche ricordato un tempo che forse non tornerà più, quello in cui chi voleva emergere non aveva a disposizione alcuna scorciatoia, anzi: doveva affrontare ogni tipo di problema.
«Mio padre - ha detto il figlio Andrea - era un uomo brillante e allegro, orgogliosissmo del titolo di ragioniere, che costituiva per lui una grande conquista. Mio nonno, infatti, era un operaio emigrato in Svizzera e mia nonna faceva la lavandaia». E' toccato a Rino Boiardi, che si è diplomato nel 1953 insieme a Merlatti, rievocarne i sacrifici: «Noi, venendo da famiglie povere, avevamo frequentato l'avviamento commerciale e poi la scuola Filippo Re, con la preside Marta Ferrari, per diventare computisti. Con molta fatica abbiamo superato l'esame di idoneità per essere ammessi alla quarta classe di ragioneria. Parlando abitualmente in dialetto, avevamo difficoltà nella lingua italiana, che superammo grazie alla guida del professor Barazzoni. Alla fine davamo dei punti agli altri studenti».
«Consultando i registri scolastici di quegli anni - ha sottolineato il preside Bocedi - ho constatato quanto allora la scuola fosse selettiva e severa. Oggi i metodi e i criteri didattici sono molto diversi, ma non deve essere dimenticato il valore delle regole, dell'impegno e della dedizione allo studio, che sono il presupposto del successivo percorso professionale». «La nostra - ha ricordato una compagna di studi di Merlatti - era una classe numerosa con sole tre femmine. I maschi, però, ci rispettavano e non dicevano parolacce in nostra presenza».
«La scuola - le ha replicato Bocedi - non ha perso di vista gli aspetti educativi e i valori della convivenza e del rispetto».
Le ragioniere di quei tempi, però, si sono trovate di fronte a insuperabili discriminazioni sessiste: «A quell'epoca nessun datore di lavoro ci voleva, temendo le assenze per maternità. Alla fine, nonostante il mio sudato diploma, io ho fatto la casalinga». Non è un caso che da tanto impegno Merlatti abbia tratto impulso per il volontariato: «Mio padre - ha detto il figlio Giuliano - ha fondato la cooperativa Il Girasole per aiutare le persone che, come me, sono disabili, a formarsi e ad integrarsi».
«Era - ha testimoniato il figlio Andrea - una persona che credeva nella funzione della solidarietà e dello sport come valori che aiutano la società a crescere". (l.s.)
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