«Voglio tornare nella white list»
La richiesta dell’imprenditore Iaquinta: «Sono imputato ma la Cassazione ha già escluso gravi indizi»
REGGIO EMILIA. «Chiederemo al prefetto di reinserire la ditta di Giuseppe Iaquinta nella white list». Lo annuncia l’avvocato Carlo Taormina alla vigilia dell'inizio del processo Aemilia a Reggio, la cui prima udienza è in calendario per mercoledì. Processo che il costruttore reggiolese, padre dell’ex azzurro Vincenzo, campione del mondo a Berlino, affronterà a piede libero dopo che la Cassazione ha ribaltato il pronunciamento del Riesame, sancendo che non vi sono gravi indizi e dunque l'imputato non deve tornare in galera. Nei giorni scorsi la vicenda si è definitivamente chiusa dopo che il Riesame di Bologna ha preso atto che non ci sono nuovi elementi investigativi da sottoporre alla Cassazione.
In attesa che il processo Aemilia faccia il suo corso, l'imprenditore vorrebbe tornare a lavorare. Ma ci sono due ostacoli di non poco conto. Uno è che la sua azienda è stata dichiarata fallita. Il secondo è che non può prendere parte ai lavori post-terremoto perché è stato escluso dalla “white list” dalla prefettura.
Iaquinta, come abbiamo raccontato, sostiene che il fallimento è stato chiesto sulla base di atti falsi, che attestavano un debito di 130 mila euro. In proposito l'avvocato Taormina ha depositato un esposto in procura, con l'ipotesi di reato di tentata estorsione, e si sta muovendo per chiedere che il fallimento venga revocato. «Il problema è dovuto al fatto che c'è stata un'ingiunzione di pagamento mentre ero in carcere - dice Iaquinta -. Non ho fatto ricorso ed è scattato il pignoramento del conto corrente. Sul conto non c'erano soldi e pertanto si è arrivati all'istanza di fallimento. Ma la mia azienda è patrimonializzata a sufficienza e non doveva essere fatta fallire».
L'avvocato Taormina chiederà al prefetto che l'azienda di Iaquinta possa tornare a lavorare nei cantieri del terremoto, alla luce di quanto emerso in Cassazione. La Dda accusa Iaquinta di aver preso parte a un'operazione di riciclaggio dei soldi della cosca sulla base di un'intercettazione ambientale della consulente bolognese Roberta Tattini, che poi ha in parte ritrattato il contenuto delle sue dichiarazioni nel corso dell’interrogatorio di garanzia. In definitiva a carico dell'imprenditore ci sono soprattutto le frequentazione di personaggi legati alla cosca, compreso il capo Nicolino Grande Aracri: frequentazioni giustificate dal diretto interessato sulla base della comune origine cutrese. L’accusa ha chiamato a testimoniare al processo Aemilia il pentito Giuseppe Giglio, al quale chiederà anche di Iaquinta. Ma anche il difensore Taormina ha chiesto che Giglio sia ascoltato. Accusa e difesa pensano che il pentito possa portare acqua al loro mulino. Chi ha ragione lo scopriremo al dibattimento. Nel processo è finito anche il figlio Vincenzo, nei guai perché due sue pistole, legalmente detenute, sono state trovate a casa del padre, al quale il prefetto aveva tolto il porto d'armi.
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