Assolto il luogotenente Roberto Cesi
Correggio: l’ex comandante dei carabinieri dichiarato non colpevole dai giudici per 26 accuse su 27
CORREGGIO. L’ex comandante della caserma dei carabinieri di Correggio, Roberto Cesi, ha ottenuto l’assoluzione per 26 dei 27 capi d’imputazione per i quali era accusato. Questo il verdetto della sentenza pronunciata nel tardo pomeriggio di ieri dal collegio di giudici, formato dal presidente del tribunale, Francesco Caruso, da Dario De Luca e Alessandra Cardarelli.
L’accusa aveva chiesto una pena di sei anni ma il luogotenente è stato condannato a un mese di reclusione (pena sospesa), solo per il reato di violenza privata, che si riferisce a uno dei capi d’imputazione passati un po’ più in sordina nel corso del processo. All’ex comandante è stata infatti inflitta la pena per avere impedito lo Student Party al Room 77, locale di Correggio. I fatti risalgono al 2010, quando gli studenti dell’istituto Einaudi organizzarono l’occupazione della scuola. Secondo le ricostruzioni emerse in fase processuale, Cesi avrebbe vietato lo svolgimento dello Student Party, dopo che gli alunni dell’Einaudi si erano rifiutati d’interrompere l’occupazione, come richiesto più volte dal maresciallo.
Assoluzione, invece, per altri capi d’imputazione più “scottanti”. Come la famosa vasca regalata da Unieco. O, ancora, la mensa, un argomento che molto ha fatto discutere, a seguito delle accuse rivolte a Cesi da alcuni carabinieri che lamentavano una gestione arbitraria e irregolare dei pasti.
L’ex comandante, attualmente in servizio a Modena, non ha perso il sangue freddo, salvo tradire un pizzico di emozione qualche istante prima della sentenza, quando il collegio giudicante ha annunciato l’imminente arrivo della sentenza e la ventina di persone presenti in aula ha preso posto per ascoltare, con trepidazione, il tanto atteso verdetto.
Cesi controlla il cellulare e il suo volto assume un’espressione molto seria. Che lascia spazio alla profonda soddisfazione un attimo dopo, quando viene annunciata la sua vittoria.
«Un grande risultato quello di oggi – ha commentato a caldo l’avvocato difensore di Roberto Cesi, Giuseppe Rossodivita – 26 a 1: un risultato molto significativo. Una sentenza che arriva al termine di un processo che si è concluso con una sola condanna, relativa a una vicenda che si risolve solitamente dal giudice di pace».
Presente nell’aula della corte d’assise anche Franca Giacobazzi, unica ad essersi costituita parte civile nel processo, a fronte di 22 parti lese. Per lei, l’avvocato Gianluca Vinci aveva domandato 10mila euro di risarcimento danni: richiesta che non è stata accolta. Così come non sono state ascoltate le argomentazioni proposte in sede di replica davanti al giudice dal procuratore capo Giorgio Grandinetti e dal pm Giacomo Forte, prima della sentenza. Grandinetti, aveva rimarcato che il processo «non si basa su un esposto anonimo, come evidenziato dalla difesa. Il 28 novembre del 2011, mi è arrivata una nota dei carabinieri firmata dal tenente colonnello Vittorio Boccia, che aveva come oggetto attività di polizia giudiziaria, a seguito di un esposto anonimo. A questa nota erano poi allegate quattro dichiarazioni del sindaco Iotti, della vice sindaco Gobbi e di due privati cittadini. I documenti contenevano notizie di reato». Da parte sua il pm Giacomo Forte aveva rilevato, sempre in sede di replica, «momenti di infondatezza della difesa, e una lettura parziale della vicenda processuale».
Tra i punti più spinosi contestati da Forte apparivano: la mensa, «dove la mancanza di cibo era la norma, non una situazione sporadica – ha motivato il pm – Inoltre, nel caso della concussione ai danni di Juri Ialacci, Cesi convocò dei giovani inducendo lo stesso Ialacci ad assumerli nel suo chiosco, nonostante non sapesse se questi ragazzi avessero le competenze necessarie».
Forte aveva rimarcato inoltre la questione Unieco, per la continua presenza del luogotenente sul cantiere. Una presenza abusiva, secondo quanto sostenuto dall’accusa. Tesi, queste, che non hanno convinto i giudici, i quali hanno scritto la parola assoluzione accanto a tutti i capi d’imputazione, tranne uno, dopo quattro anni abbondanti di indagini e un processo formato da quattordici udienze.
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