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Tra i desaparecidos c'è anche il borettese Angelo Molesini, operaio e sindacalista

di Andrea Vaccari
Tra i desaparecidos c'è anche il borettese Angelo Molesini, operaio e sindacalista

Boretto: dell’uomo si sono perse le tracce nel 1976 in Argentina, un mese dopo il colpo di Stato di cui ricorre il quarantennale. A ricordarlo solo un misterioso alberello piantato a Rosario

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BORETTO. Ricorre il quarantesimo anniversario del colpo di stato in Argentina. Il 24 marzo 1976 il generale Jorge Videla sospese la Costituzione e assunse la presidenza del Paese attraverso la formazione e la direzione di una giunta militare. La presidente Isabel Martínez de Perón, moglie dell’ex presidente argentino Juan Domingo Perón, fu deposta e arrestata dall’esercito. Da quel giorno, per oltre sette anni, il regime argentino mise in atto un feroce programma di repressione di tutti gli oppositori. Più di duemila persone morirono e più di trentamila scomparvero nel nulla. Tra queste, risultano essercene circa cinquanta nate in Italia e delle quali non si è saputo più niente. In questa lista, diramata dal Consolato italiano di Buenos Aires nel 1982, spicca anche il nome di un borettese. Inizia così la storia del desaparecido Angelo Molesini, sparito a 63 anni.

VITA DA MIGRANTE. La data di nascita dell'uomo, 10 marzo 1913, è uno dei pochi dati certi dal quale partire. Secondo le fonti anagrafiche e di polizia, venne imbarcato dai genitori per l'Argentina a soli otto mesi, mentre secondo testimonianze di famiglia l'emigrazione avvenne all'età di sette anni. Negli anni Trenta Molesini risulta schedato e sottoposto a controllo dalla polizia fascista (era dunque tornato in Italia) in quanto comunista e sindacalista, rischiando l'espulsione. Poi più nulla, fino alla famosa lista del 1982.

Grazie ad alcuni documenti su internet, si può apprendere che Angelo Molesini ha lavorato nel settore edile, come imbianchino e muratore, fino a diventare un rappresentante sindacale di questa categoria. Fu uno dei fondatori del “Sindicato de la Construcción”, che oggi in Argentina si chiama Uocra, e si unì al sindacato degli imbianchini di Rosario. In gioventù, invece, fece parte del gruppo anarco-comunista “Espartaco”. La sua vicenda è stata definitivamente archiviata nel 2009: il tribunale orale per i crimini federali di Buenos Aires ha catalogato il caso come “delitto di lesa umanità”.

SCOMPARSO NEL NULLA. La sua improvvisa sparizione avvenne il 5 maggio del 1976, poco più di un mese dopo il colpo di stato. A quanto risulta, venne prelevato nella notte con la forza da uomini armati (in abiti civili) mentre si rifugiava in un ricovero parrocchiale, a Buenos Aires. Per anni, la figlia Cristina si è impegnata a tutti i livelli per ottenere notizie del padre, ma invano. Anche gli organismi internazionali interpellati non hanno saputo fornirle notizie esaustive, per non parlare degli apparati argentini: anche dopo la fine della dittatura, ci vollero anni per portare a galla le storie di questi scomparsi. Il caso di Molesini è, oltretutto, particolare, perchè il regime argentino, all'epoca, mantenne una certa forma di rispetto verso i sindacalisti comunisti grazie ai rapporti con l'Urss, che all'epoca comprava dall'Argentina ingenti quantità di grano. Ma il borettese non faceva parte dei vertici, era semplicemente un militante, e per questo è stato fatto sparire.

LE INDAGINI REGGIANE. Il caso di Molesini, a Boretto, è noto a pochi. Alcuni anni fa, il professor Nando Bacchi scrisse su di lui alcune righe in un libro dedicato a Juan Edmundo Vecchi, rettore dei salesiani di origine borettese. Poi nel 1996 l'allora sindaco Valeriano Ciapparelli girò una comunicazione del Ministero a un appassionato di storia locale, Giancarlo Zambelli, peraltro fondatore del locale cineclub. Zambelli è riuscito a mettersi in contatto con una delle figlie di Molesini, ma senza riuscire a trovare ulteriori dettagli sulla sua scomparsa. E tanti sono stati gli scambi di e-mail con le associazioni che si sono occupate di rintracciare i “desaparecidos", tra cui le “Madres de Plaza de Mayo". Ulteriori approfondimenti sono stati portati avanti dallo storico reggiano Antonio Canovi, studioso di fenomeni urbani che si occupa di storiografia della memoria tra Italia, Francia, Belgio ed Argentina. Canovi ha trattato il caso di Molesini e di altri reggiani in una delle sue opere, “Pianure migranti", un'inchiesta geostorica che tratta dell'emigrazione dall'Emilia all'Argentina.

UN ALBERO COME RICORDO. Canovi ha cercato "sul campo" testimonianze dirette di questa vicenda, recandosi di persona in Sud America, trovando preziosi dettagli. I genitori di Molesini erano Giovanni e Carolina Bonini: di forte tradizione di sinistra, in particolare la donna è risultata essere la figura chiave della famiglia: chiamata “la pasionaria argentina”, ha sempre svolto un'attività politica in prima linea. Oltre ad Angelo, i coniugi ebbero altri cinque figli: Ermes, Athos, Bice e Guillermo, l'unico che nacque in Argentina, e un'altra femmina.

Grazie all'incontro con Marta Molesini – nipote di Angelo – Canovi è riuscito a ricostruire parte della storia. Molesini venne internato nell'ospedale italiano di Buenos Aires in quanto soffriva di alcolismo e si ammalò d'asma, e qualche tempo dopo sparì. Nel corso della sua vita sposò tre donne, tutte e tre ebree russe. Dalle fonti familiari sembra che l'uomo sia stato ucciso nei dintorni di Buenos Aires (dove potrebbe essere seppellito) e non a Rosario, come indica la documentazione dell'ambasciata italiana e che a suo tempo alle sorelle (oggi non più al mondo) venne mostrato il cadavere. Apparentemente, non aveva subìto torture. Ma i ricordi finiscono qui. Il fatto più curioso occorso a Canovi è avvenuto a Rosario alcuni anni fa, dove sorge un “Museo della memoria" dedicato ai "desaparecidos". Nel parlare con il direttore del museo, Rubén Chababo, è emerso che qualche mese prima si era presentato lì un signore in pensione, qualificatosi come un vecchio compagno sindacalista residente in Brasile. Motivo della sua visita era la richiesta di ricordare l'amico Angelo: la sua volontà venne poi esaudita: nel "bosco della memoria" di Rosario venne piantumato un alberello in memoria di Molesini. Il primo, forse unico gesto, ricevuto dal desaparecido borettese svanito nel nulla quarant'anni fa.

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