Parmigiano Reggiano: il 70% si vende qui
Al convegno di Legacoop si è discusso della crisi del settore e della necessità di commercializzare il formaggio all’estero
REGGIO EMILIA. Sono due facce della stessa medaglia quelle che caratterizzano un mercato del latte estremamente sofferente a causa delle quotazioni di gran lunga inferiori al costo di produzione. Di questo si è parlato ieri mattina nella sede di Legacoop al convegno “Come vendere il Parmigiano Reggiano”.Particolarmente grave è la situazione del prodotto da consumo fresco che soffre indirettamente della riduzione delle importazioni della Cina, che dal canto suo ha aumentato la produzione interna del 5%, e delle problematiche legate all’embargo russo.
I CASI CINA E RUSSIA. Si tratta di due mercati particolarmente importanti, che, anche se non direttamente serviti da prodotto italiano, stanno ritirando molto meno prodotto rispetto al passato e che pertanto costringono i fornitori abituali di quelle aree a dirottare il loro latte in Europa.
Questo è uno dei motivi dell’incremento dell’offerta di prodotto e del conseguente crollo dei prezzi a 21 centesimi il litro anche per il nostro prodotto di ottima qualità che peraltro finisce per essere oggetto di speculazione da parte di commercianti che lo possono destinare agli utilizzi più disparati perché conveniente. Un ulteriore problema, non certo secondario, è quello del crollo dei consumi di latte a livello sia nazionale che europeo favorito dal dilagare di nuove mode nutrizionistiche che sembrano aver dimenticato come il latte sia da sempre alla base della più sana alimentazione umana. Da questo punto di vista occorre investire in formazione ed informazione ed al tempo stesso ben vengano iniziative come quella di Luigi Tamburini di Legacoop, che è anche presidente di Lattemilia, con la quale ha lavorato alacremente per cercare di risolvere i problemi comuni a tutti i produttori di latte valorizzando le produzioni, facendo ricerca ed innovazione oltre che rete fra imprese accomunate da un unico obiettivo, finalizzato ad assicurare il giusto reddito ai vari attori del comparto, siano esse cooperative che private.
PREVISIONI ERRATE. «L’Unione Europea però dovrebbe ammettere di aver sbagliato le sue previsioni – sostiene l’assessore regionale all’agricoltura Simona Caselli intervenuta ieri a Reggio – perché non ci si aspettava che la fine del regime delle quote latte, in vigore dall’aprile 2015, generasse uno scenario così drammatico. In effetti si ipotizzava che la scelta potesse essere assolutamente indolore grazie ad un atteso forte incremento dei consumi in medio oriente che sarebbe dovuto essere una sufficiente valvola di sfogo delle produzioni quando invece così non è stato».
LE SOLUZIONI. Le soluzioni al problema ora vanno distinte fra immediate e di lungo periodo. Le prime devono essere volte a dare ossigeno economico alle aziende mentre le seconde devono disegnare idee per il futuro di un comparto da costruire sui mercati internazionali perché non ci si può illudere di risolvere il problema del latte italiano sul mercato italiano. «E questo soprattutto per il comparto del Parmigiano Reggiano – prosegue l’assessore – nel quale il 70% del prodotto viene ancora venduto nella zona di produzione e che da solo rappresenta il 90% della produzione lattiero caseario dop della nostra regione. Quello che serve al più presto è una decisa modernizzazione dal punto di vista commerciale perché è certo è che l’unico sbocco di mercato dei questa nostra eccellenza è l’export che peraltro permetterebbe una migliore programmazione e svincolerebbe i produttori dalla costrizione a contratti di esclusiva».
«Il Consorzio del Parmigiano Reggiano ha bisogno di guide autorevoli – sottolinea con decisione la Caselli – ma deve occuparsi di promozione e tutela e non certo di vendere il prodotto. Occorre uscire da questi vecchi schemi e possibilmente legarsi ad altri marchi e tipologie di prodotti, la moda potrebbe essere uno di questi, che abbiano una capacità trainante e sinergica».
Un mestiere quindi tutto da inventare con la consapevolezza del fatto che per fare questo occorre essere organizzati e strutturati e sempre meno divisi. «Gli strumenti di cui oggi possiamo già disporre – conclude l’assessore regionale - sono quelli del dopo expo che hanno prodotto importanti informazioni sul come valorizzare le nostre produzioni all’estero e sul come l’essere uniti porti a lavorare meglio, a costi inferiori e con maggiore efficacia. Per il futuro sarà sempre più premiante aggregarsi ed anche la politica regionale tenderà sempre più a sostenere, anche dal punto di vista economico, questo tipo di crescita di competitività ed organizzazione».
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