Parenti, scusìn e raganelle: ecco la Pasqua reggiana
Tra presente e passato i racconti di Giuliano Bagnoli: «I ritmi religiosi e contadini scandivano i nostri giorni, ma oggi non è più così»
REGGIO EMILIA. Una Pasqua scandita dai ritmi religiosi e naturali di un mondo contadino ormai scomparso, ignara dell’odierna opulenza e della corsa al lungo week-end di una festa da passare “con chi vuoi”. È questa la tradizione reggiana, rievocata da Giuliano Bagnoli, presidente del Centro Studi sul Dialetto Reggiano e autore di un intero catalogo di libri sul nostro recente passato. Bagnoli richiama alla memoria la Pasqua dei nostri nonni, che «agiva sul corpo e su tutti i sensi dell’uomo».
ATTESA E PULIZIE. Il triduo in attesa della Pasqua iniziava il giovedì e terminava il sabato. «Erano tre giorni di preparazione: si cominciava a pulire in casa, si apprestava l’orto, le donne in campagna piantavano i vasi di geranio perché la primavera riprendeva». Un gran daffare, al quale tutti partecipavano con ruoli precisi. «Anch’io ero impegnato a “der al ros’ per tera”, una vernice rossa che lucidava il pavimento di cotto», afferma Bagnoli.
I RITI RELIGIOSI. Compiti faticosi, accompagnati da cerimonie religiose, seguitissime all’epoca. «Il giovedì sera c’era l’importante Coena Domini, caratterizzata dallo strepito e dal frastuono iniziale (dopo il Gloria, si suonavano le “raganelle”, un ingranaggio di legno che girava intorno a un perno) e seguito dal silenzio: a fine cerimonia infatti si legavano le campane (da quel momento in poi iniziava il Giovedì santo e l’agonia di Nostro Signore), che si scioglievano solo il sabato. Tanto che per segnare le ore principali, Ave Maria, mezzogiorno e tramonto, si utilizzava una cassa di legno a martello, che funzionava con una manovella».
Il venerdì c’era il digiuno acqua e pane e nel pomeriggio le processioni con il Cristo morto, «quelle più famose, a Correggio e Guastalla». Il sabato era una giornata d’attesa. «Le campane, che dagli anni ’60 in poi venivano slegate alla mezzanotte di sabato, in origine venivano sciolte a mezzogiorno del sabato: in quel momento iniziava la Pasqua vera e propria, e solo allora, a campane slegate, potevano essere messe a dimora le piantine di fagioli, insalata, zucche. Alcuni sparavano per aria con i fucili, per dare il segno dell’avvenuta resurrezione del Signore».
LA TAVOLA. La preparazione del ripieno dei cappelletti iniziava già dal giovedì, ma la tavola esplodeva la domenica. «La mattina c’era una tradizione molto bella: ci si alzava di buon’ora per mettere le mani in mezzo alla rugiada dell’erba e con quella segnarsi la fronte e ciascun occhio, perché quella rugiada era benedetta e si riteneva che preservasse dalle malattie degli occhi e dalle malattie in generale – prosegue Bagnoli – Io lo faccio ancora, lo confesso, per me è un rito che fa parte della mia infanzia e al quale sono legato».
La colazione di quel giorno era a base di uova cotte e pitturate con coloranti naturali (verde dalle erbe, il marrone dalla corteccia degli alberi, per il giallo i fiori di tarassaco, “al pisalet”), «se ne mangiavano una o due con il sale». Si andava alla messa solenne, e all’uscita, sul sagrato, il gioco delle uova sode – “scusìn” o “scusett”, che ancora resiste in montagna – segnava il libera tutti.
La giornata finiva con il pranzo di Pasqua, «con i classici cappelletti in brodo, preceduti da un antipasto che a Guastalla si chiama “bevr’in vin”, bere in vino: una ciotola di brodo e una manciata di cappelletti innaffiati dal lambrusco, per aprire lo stomaco in vista di un pranzo impegnativo. Come secondi, sfilavano i lessi (gallina, manzo, cappone con la sala verde agli “erbi bouni”) e coniglio arrosto, che veniva messo in concia fin dal venerdì.
Nessun agnello, che non fa parte della nostra tradizione, spiega Bagnoli: «In pianura erano riti crudeli che non venivano contemplati. Tutti avevano in casa un capretto per il latte dei bimbi, ma non veniva sacrificato perché simbolo di Cristo, l’agnello di Dio; bisogna oltrepassare il crinale dell’Appennino per trovare l’agnello, ad esempio in Toscana».
Sconosciute le attuali abbuffate di cioccolato. «La cioccolata non esisteva; ricordo che io la trovavo solo quel giorno dell’anno da mia nonna, ma erano già gli anni ‘60. I dolci reggiani erano le ciambelle da intingere nel vino bianco, la torta mattonella (bianca e marrone) e e ovviamente, a furor di popolo, la zuppa inglese, bella intrisa di liquore».
VISITE E PARENTI. Altrettanto ignota, perché figlia del boom economico, la gita fuori porta. «Il lunedì, dedicato alle visite parentali, era il giorno della socialità: ci si muoveva da un paese all’altro, pochi chilometri con il calesse (per chi l’aveva), in bici o a piedi, per coltivare le relazioni. Un diretta conseguenza della geografia e dell’economia della nostra regione: c’erano poderi da 30 biolche ognuno, abitati da nuclei numerosi e isolati in mezzo alla campagna. La Pasquetta era l’occasione per rivedersi».
IL TEMPO CHE NON C’È PIÙ. Chiediamo come si concilia quel passato con l’attualità, fatta di complicati accordi familiari per ritrovarsi in un unico pranzo pantagruelico, prima che tutti spariscano. La risposta? «Certo chi ha vissuto le Pasque antiche, può trovarsi a disagio – commenta Bagnoli – credo che le Pasque moderne vadano vissute nella propria interiorità: consideratele se avete fede un momento di raccoglimento, se non avete fede un’occasione per ritrovare il colloquio con i propri cari. La tradizione si deve trasformare in un ritrovato rapporto con chi amiamo, sennò è una domenica da cappelletti come le altre».
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