«I social network? Con i nostri dati c’è chi fa business»
Il reggiano Enrico Ubaldi, 28 anni, lavora sui flussi di informazioni digitali e mette in guardia adulti e ragazzi
REGGIO EMILIA. Attenti ai social network: danneggiano il cervello, lasciano una tracciabilità strumentalizzabile dal marketing e ci rendono pigri e creduloni. L’allarme non arriva dalla schiera, che si sta infoltendo, degli avversi alle tecnologie, ma da un addetto ai lavori, il cui compito è analizzare per disparati scopi le informazioni personali che restano impresse sul web. Enrico Ubaldi, reggiano di 28 anni, una laurea in fisica in tasca, è un data scientist, cioè un professionista che ha la mansione di aggregare e scandagliare i flussi di dati digitali; il giovane sta svolgendo il suo secondo dottorato alla Fondazione Isi (istituto interscambio scientifico) di Torino, un ente privato con finanziatori pubblici che si occupa di ricerca ad alto livello nel campo di fisica, informatica e matematica.
In cosa consistono i progetti di cui si è occupato?
«Il primo dottorato aveva come oggetto il comprendere, tramite i dati della rete, come gli utenti entrano in contatto e interagiscono sui social. Il progetto attuale invece è focalizzato sulle informazioni personali dei social sommate a database statistici, per ottimizzare campagne di informazione: il primo step è capire cosa porta il singolo ad adottare un’abitudine, il fine ultimo è, ad esempio, convincere a smettere di fumare o a comprare le auto elettriche».
Quindi si è occupato molto di social network... eppure sembra essere contrario.
«Non sono contrario ai social di per sé. Ma, se la gente vedesse le mille possibilità nello sfruttamento dei dati, anche per creare nuovi business, sarebbe di certo più prudente. Il successo dei social si spiega con il “costo” di interazione: seguire un amico su Fb mi costa molto meno che aggiungere un amico alla mia vita reale. Ma la massa impressionante di informazioni consegnate dagli stessi utenti è una vera e propria arma. Senza contare che il “Dunbar’s number”, un principio cognitivo secondo il quale il nostro cervello può contenere un massimo di 120 interazioni, indica che la nostra capacità di concentrazione diminuisce».
Per Fb c’è l’aggravante dell’assenza di legislazione in materia e dell’impossibilità di cancellare i post...
«Sì, la polemica sul diritto all’oblio: l’aspetto più pericoloso, del quale la gente non è consapevole, è che una volta che si pubblica qualcosa su Fb non è più di nostra proprietà, diventa di dominio pubblico. Tutto quello che facciamo lascia una traccia indelebile sulla rete: questo aspetto è quello meno percepito».
Lei quali social utilizza?
«Pochi in realtà. Per le amicizie a lunga distanza mi servo soprattutto di mail e skype. Una scelta personale, non è una ricetta per tutti: basta usare qualche accortezza».
Qualche consiglio per l’uso dei social, per minori e adulti?
«Per i minori occorre direi “non aprite agli sconosciuti”, cioè non dare l’amicizia al volto ignoto dall’altra parte dello schermo. Per gli adulti, più che gli interlocutori, occorre vagliare i contenuti: non lasciatevi adescare dalle bufale, potenziate il senso critico e verificate sempre. Un suggerimento pratico: non guardare 20 volte il proprio account per 2 minuti, meglio una sola volta al giorno con calma».
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