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Quelli che a Reggio Emilia sognano il Califfato

Tiziano Soresina
Quelli che a Reggio Emilia sognano il Califfato

Le intercettazioni, i rapporti e gli arresti disegnano un collegamento saldo con le cellule presenti nella nostra terra

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REGGIO EMILIA. L'odio sanguinario della Guerra Santa spinta dal califfo Abu Bakr Al Baghdadi sta sconvolgendo l'Europa. Nell'ultimo triennio si è passati dall'atto di nascita dello Stato islamico (che attualmente si estende fra Siria ed Iraq) alle più orrendi stragi in Occidente da parte di terroristi-kamikaze armati da un assurdo indottrinamento religioso. Un fuoco che covava sotto la cenere da tanto tempo perché a Reggio di Califfato (e naturalmente di jihad ) si parlava segretamente, fra adepti islamici, già oltre una decina di anni fa.

OPERAZIONE RINASCITA. Discorsi inquietanti, un'ostilità montante, l'essere disposti a tutto fino al martirio, gli sforzi per la costituzione di un unico Califfato: progetti conditi da tanta ferocia che sono tutti rivelati dal dossier dei carabinieri del Ros che con l'operazione "Rinascita" (i fatti partono dal 2004 e arrivano al 2007) avevano individuato una cellula terroristica (collegata con i "fratelli" di Milano) attiva fra Reggio, Codemondo, Cavriago e Novellara. [[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:reggio:cronaca:1.13058757:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/reggio/cronaca/2016/03/03/news/qui-trova-finanziamenti-la-jihad-1.13058757]]

ASPIRANTI SUICIDI. Ma cosa dicono le indagini dell'Arma di allora? Che il gruppo reggiano (composto da tunisini, arrestati nel 2007) puntava su un indottrinamento negli appartamenti oppure telefonicamente, con l'obiettivo di reclutare giovani volontari suicidi da inviare nei Paesi "caldi" del Medio Oriente. Ma soprattutto emerge da quelle pagine investigative il coinvolgimento della cellula di Reggio all'interno del movimento islamista Hizb Ut Tahrir (Hut) "che ha quale obiettivo strategico - scrivono i carabinieri - la realizzazione del Califfato secondo la più ampia espansione territoriale, risalente all'epoca del profeta Maometto, in cui la comunità islamica era dislocata in tutto il Medio Oriente e nell'Africa del Nord. Propaganda in maniera esplicita, il necessario rovesciamento dei governi laici con altri che impongano la sharia (la legge islamica basata essenzialmente sul Corano, ndr) ed in proposito si dichiara assolutamente antioccidentale. Esprime poi una posizione marcatamente antisemita, esortando alla distruzione dello Stato di Israele e si connota, in maniera evidente, come antidemocratico ed antiglobalista".

I MATERIALI. Sono rivelazioni investigative di non poco tempo fa, eppure drammaticamente attuali e che dimostrano come già allora a Reggio girassero vorticosamente le idee su un unico blocco terroristico internazionale di matrice islamica.

I materiali rivenuti nelle perquisizioni e le intercettazioni telefoniche di quegli anni (gli attivisti arabi usavano sistematicamente i phone center, specie quelli in zona-stazione) evidenziarono già allora i capisaldi di quello che poi è diventato l'odierno Califfato.

Si anela ad un unico Stato ("Una volta che tutti i credenti - si legge in un documento di propaganda - fossero parte di un unico Califfato, allora non ci sarebbe bisogno che il medesimo aderisse ad organizzazioni multilaterali globali come le Nazioni Unite, il Fondo monetario internazionale o la Lega Araba, che sono amministrate da miscredenti secondo norme non islamiche"), gli sforzi sono tesi sia a creare basi organizzative anche in Italia (le "cellule") sia ad operare una costante opera di indottrinamento dei nuovi membri che devono avere solide convinzioni ideologiche e garantire l'incondizionata fedeltà.

Un'attività intensa che allora come oggi si avvale "in larga misura - rimarcavano i carabinieri del Ros nel dossier - dell'esposizione, garantita a livello mondiale, dalla rete Internet. E' infatti possibile accedere a numerosi materiali documentali, disponibili in diverse lingue, scaricabili e conseguentemente stampabili per l'ulteriore circolazione tra i membri e gli eventuali simpatizzanti".

IL FILO DIRETTO. Colpisce che già allora vi sia un filo diretto fra Reggio e le zone - fra Siria ed Iraq - in cui ora si è incardinato il Califfato: lo dimostrano i collegamenti con 17 mujaheddin che in quel momento erano bloccati (probabilmente a Damasco) in attesa del momento più propizio per entrare nelle aree di guerra. Nei discorsi intercettati si parla - con circospezione e frasi allusive - di documenti falsi ("Gli dirò che arriveranno due persone a comprare da voi dei vestiti e vogliono che li consigli bene"), della raccomandazione ("la tazkia") effettuata da un aderente di un gruppo nei confronti del candidato che deve essere arruolato, ma anche dell'intenzione di coloro che si sono recati in Iraq per combattere e divenire pertanto dei mujaheddin ("Vuole andare a fare quelle cose, hai capito come?") che non volendo divenire kamikaze ("…senza fare quelle operazioni") incontrano delle forti difficoltà. Spunta anche l'esistenza in Algeria di campi d'addestramento per mujaheddin, oltre che la preoccupazione per i rischi di morte nei viaggi di 35 ore via mare dalla Libia per l'Italia.

GUERRA SANTA. Ma è soprattutto la Guerra Santa ad infervorare i componenti della cellula reggiana che, non sapendo di essere intercettati, parlano apertamente di armi (un traffico proveniente dalla Slovacchia) e di azioni da kamikaze: "La tua macchina adesso è piena di esplosivi? Morirai con la volontà di Dio da martire. Sei convinto o non sei convinto della situazione in cui ti trovi adesso mentre stai per morire con la volontà di Dio fra 10 minuti…". Insomma, ne esce lo spaccato di uno jihadismo militante che inneggia alla supremazia dell'Islam e alla lotta all'Occidente con progetti di attentati: un "quadro" che ad oltre dieci anni di distanza si è allargato ed è tragicamente sfociato in stragi recenti come quelle di Parigi e Bruxelles.

IL RITORNO. Di quella vicenda di terrorismo in salsa reggiana è però rimasto un colpo di coda preoccupante: nell'ottobre scorso il tunisino 39enne Medhi Ben Nasr - considerato il capo della cellula di Reggio - ha tentato di rientrare in Italia, dopo che era stato rimpatriato una volta espiata la pena di 7 anni per terrorismo. Il nordafricano si era confuso fra i disperati che su un barcone stavano attraversando il Canale di Sicilia: alla polizia aveva poi fornito false generalità, ma dalle impronte digitali si era arrivati alla vera identità ed è stato rimandato in Tunisia. Non si può escludere che tentasse di tornare a Reggio… Quest'episodio inoltre conferma come fra le moltitudini di profughi riescano a nascondersi anche estremisti islamici di notevole pericolosità che stanno alimentando la nuova "rete" creata in Europa dal Califfato. I martiri dell'Isis.
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