Gazzetta di Reggio

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Il business della ghiaia dietro l’incendio del 2012

di Enrico Lorenzo Tidona
Il business della ghiaia dietro l’incendio del 2012

Il pentito Giglio ha riportato l’attenzione sugli affari dei trasporti nel Reggiano dai quali è dipeso anche il clamoroso caso di Reggiolo finora coperto dall’omertà

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REGGIO EMILIA. Il 6 novembre del 2012 è il giorno della presa di coscienza per Reggio Emilia e uno dei capitoli centrali delle investigazioni sulle intimidazioni rientrate nell’inchiesta Aemilia. Nove camion vengono dati alle fiamme a Reggiolo per un regolamento di conti sul quale sono stati raccolti moltissimi indizi ma che resta ancora senza colpevoli. Un incendio senza precedenti, tra le più impressionanti affermazioni della presenza della criminalità al nord, avvenuta nella località di Corte Aurelia ai danni della ditta di Domenico Bonifazio (che non è indagato), imprenditore cutrese e parte lesa in questa vicenda dietro la quale cova un sistema d’affari legato alla vendita e al trasporto della ghiaia. Una materia prima preziosa negli anni del boom edilizio e degli appalti, venduta in alcuni casi in nero con il benestare di alcuni autotrasportatori calabresi e di aziende reggiane compiacenti.

Bonifazio lavorava bene, come riportato nel 2012 dopo il rogo da imprenditore che si erano serviti dei suoi camion per il trasporto della ghiaia. Consegnava in tempo inerti considerati di qualità, ma fu messo fuori mercato dai prezzi offerti da alcuni concorrenti. Tra questi c’era soprattutto Pino Giglio, per il quale la procura ha chiesto in abbreviato una condanna a 20 anni di carcere per Aemilia e che a inizio anno è diventato collaboratore di giustizia nel processo. Giglio ha da poco svelato gli affari legati al commercio e al trasporti della ghiaia, comprata in nero a metà prezzo nel Mantovano e rivenduta con margini da capogiro rispetto al mercato.

I guai di Bonifazio cominciano quando matura un grosso credito di 150mila euro nei confronti di un imprenditore siciliano che vive a Casalgrande, Natale Badalamenti. Per riavere i soldi del servizio di autotrasporto, Bonifazio chiede l’intervento a un altro calabrese, Nicolino Sarcone, per il quale la procura antimafia ha chiesto ora 20 anni di carcere per Aemilia, membro di spicco del clan legato al boss cutrese Nicolino Grande Aracri. Parte del credito viene saldato e Bonifazio continua a lavorare per imprese reggiane della bassa. Servizi poi “monopolizzati” da Pino Giglio che è in grado di offrire migliori condizioni estromettendo Bonifazio che torna in sofferenza. Giglio lavora senza sosta, diventa un pezzo grosso dell’autotrasporto della ghiaia e non solo. Diventa titolare di diverse imprese tra Montecchio e il Crotonese. Bonifazio va da Giorgio Acerbi, un imprenditore per il quale trasportava inerti negli anni passati, per chiedergli un aiuto: «Ho bisogno, dammi un po’ di lavoro». Questi lo accontenta perché Giglio gli stava consegnando «ghiaia e misto» di qualità scadente. Acerbi ingaggia Bonifazio per piccole forniture di materiale inerte: due o tre carichi giornalieri contro gli otto di Giglio. Pochi giorni dopo scoppia il grande incendio che manda in fumo il parco macchine di Bonifazio e fa scattare indagini a tappeto. In alcune intercettazioni c’è Giglio che si confida con un rivenditore di camion di Catanzaro al quale dice di essere dispiaciuto per quanto accaduto al concorrente e di voler offrire alcuni mezzi in aiuto a Bonifazio. Quest’ultimo, sentito dai carabinieri, afferma di non sapere il motivo che ha portato all’atto di intimidazione né di sapere quali fossero le altre ditte che lavoravano per il suo ex datore di lavoro Acerbi. Un fatto, quest’ultimo, che fece saltare la mosca al naso agli investigatori: non nominò Giglio. La Bonifazio Trasporti è in ginocchio ma anche dalla parte lesa si erge il muro del silenzio. Nessuno parla e anzi, il timore maggiore sono le intercettazioni e il rilevamento dei contatti con i membri del clan. Le rivelazioni di Giglio ai pm hanno offerto un quadro più nitido sulla rilevanza economica degli affari legati all’autotrasporto e agli inerti, sui quali c’era prima omertà e un forte assoggettamento, punto focale dell’inchiesta Aemilia.

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