«Nessuna prova che Muto conosca Grande Aracri»
BRESCIA. «Antonio Muto non ha alcun legame con l'associazione di ’ndrangheta capeggiata da Grande Aracri e non ha mai usato metodi mafiosi». L’avvocato Vanni Barzellotti difende l'imprenditore per...
BRESCIA. «Antonio Muto non ha alcun legame con l'associazione di ’ndrangheta capeggiata da Grande Aracri e non ha mai usato metodi mafiosi». L’avvocato Vanni Barzellotti difende l'imprenditore per due ore secche. Venerdì nell'udienza del processo Pesci che vede alla sbarra i cinque imputati con rito abbreviato è battaglia. Oltre all'imprenditore di Curtatone (Mantova), ritenuto dalla procura antimafia bresciana un concorrente esterno alla cosca Grande Aracri che cercava di mettere le grinfie sugli affari più ghiotti del mattone nella zona, alla sbarra oggi ci sono Alfonso Martino, il cagnolino, incaricato di tenere al sicuro i guadagni della cosca al nord, Francesco Lamanna, il referente del boss per i cantieri del Cremonese, Antonio Josè Da Silva, operaio accusato di aver ripulito un assegno sporco e Paolo Signifredi, il parmigiano uomo dei conti della cosca. E' stato proprio lui, ora pentito entrato nel programma preliminare di protezione, a vuotare il sacco in questi mesi sugli affari della gang nel Mantovano. Estorsioni, minacce, con l'indice puntato con decisione anche verso Muto. Indicazioni precise che vanno a declinarsi nell'impianto accusatorio per cui l'imprenditore portò in dote al boss l'amicizia con Nicola Sodano, allora sindaco di Mantova. «Accuse non provate» afferma Barzellotti. «Non ci sono prove di un legame, e nemmeno della conoscenza, tra Muto e Nicolino Grande Aracri». Barzellotti rilancia: è Muto la prima vittima della cosca. «Anche ammettendo, e non lo facciamo, che Muto sia entrato in contatto con Nicolino Grande Aracri, e costui gli avesse strappato l'impegno a favorire imprese a lui vicine nei cantieri mantovani, lo avrebbe fatto perché intimorito dal boss» Muto era il primo ad avere paura, anche dopo gli incendi. E ne chiede l’assoluzione.
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