Burani, il giallo dei preziosi scomparsi
Cavriago: il marito della stilista accusato di bancarotta per la “Gioielli d’Italia”, il pm contesta la distrazione di beni per mezzo milione
REGGIO EMILIA. Gioielli per un valore di mezzo milioni di euro “scomparsi”. Più di 5.400 pezzi di cui è stata trovata traccia nelle fatture d'acquisto ma che poi non sono stati rinvenuti materialmente in magazzino. Una presunta distrazione che ha spinto il pm Giacomo Forte a contestare a Walter Burani, presidente del consiglio d’amministrazione della Gioielli d’Italia, fallita nel 2011, l’accusa di bancarotta fraudolenta, oltre a quella documentale.
Del presunto ammanco si è parlato ieri mattina, nel corso della prima udienza del dibattimento che vede imputato il marito della stilista cavriaghese per la vicenda della azienda di gioielli (che era partecipata quasi interamente dalla Mariella Burani Fashion Group).
A scoprire la sparizione è stata la curatrice fallimentare Silvana Baroncini, che ha effettuato un dettagliato inventario dei gioielli della società, dopo averli prelevati da un armadio blindato della sede cavriaghese della capogruppo e depositati in alcune cassette di sicurezza del Credem a Rivalta. La professionista ha inventariato di persona ben 15 mila pezzi trovati in magazzino. Poi ha analizzato la documentazione della società e dalle fatture ha scoperto che mancavano 5.433 articoli in argento per un valore di 555.000 euro. Ma non solo. Sono anche stati trovati gioielli in oro “in più”, cioè di cui non c’era traccia nelle fatture d’acquisto, per un valore di 150 mila euro.
La dottoressa Baroncini in aula ha ricostruito in modo sintetico di fronte al collegio giudicante, presieduto da Dario De Luca, a latere Luca Ramponi e Alessandra Cardarelli, le cause del dissesto della Gioielli d’Italia, sub-holding della famiglia Burani nata nel 2006. La società, è stato ricordato, aveva acquisito delle partecipazioni di aziende del settore dei gioielli e il finanziamento di queste partecipate è stata una delle cause del dissesto. La Gioielli d’Italia vantava dei crediti verso le controllate, che però sono diventati inesigibili, mentre le vendite dei preziosi non sono mai decollate. A fronte di acquisti per due milioni di euro le vendite sono state del tutto irrilevanti.
Questo aspetto, quello dei finanziamenti alle partecipate, non è stato oggetto di contestazioni da parte del pm Forte, che invece si è concetrato sulla presunta distrazione di beni dalla società.
I preziosi trovati in magazzino a Cavriago sono stati fusi in una gioielleria di Valenza: la vendita dei singoli pezzi sarebbe stata molto lunga e così si è deciso di fare cassa subito con il valore della materia prima, in modo da soddisfare in parte i creditori. Gli interessi dei creditori nel processo sono tutelati dall’avvocato Mauro Grisendi, che si è costituito parte civile.
La curatrice fallimentare ha spiegato come ha cercato di ricostruire il giro d’affari e le operazioni della Gioielli d’Italia. Tra i documenti della società non è stato trovato il libro inventario dell’anno 2009 e per questo il pm ha contestato anche la bancarotta documentale. L’imputato aveva chiesto in un primo momento il rito abbreviato, ma quando il pm Forte ha contestato oltre alla bancarotta fraudolenta anche quella documentale ha deciso di affrontare il dibattimento. Burani è assistito dall’avvocato Stefano Borella.
Nella prossima udienza sarà ascoltato Walter Burani, il liquidatore Claudio Ciardella (anche lui ha effettuato un inventario del patrimonio della società) e alcuni testimoni della difesa, che conta di poter smontare le accuse avanzate dalla procura.
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