Vivono in un maniero che ricorda le fiabe
Tutti albergatori, legano il loro nome agli hotel Fini e San Marco: sono molto riservati ma benvoluti
Da quando sono andati ad abitare a Massa Finalese, una ventina di anni fa, i Folchi hanno sempre mantenuto un atteggiamento estremamente riservato. Favorito da attività imprenditoriali fuori paese e dalla “privacy” che il castello di Carrobio di per sè garantisce. Ma chiunque in paese abbia avuto a che fare con loro descrive questa famiglia con parole di stima e di rispetto, perché i figli di Lorenzo Folchi ed Elia Rinaldi sono cresciuti qui.
Un paese che si è stretto loro accanto, quando i Folchi sono stati colpiti da una tragedia tremenda: l’incidente stradale di Bondeno, in cui perse la vita uno dei cinque figli, Tristano, mentre un altro figlio, Cristiano, rimase gravemente ferito.
Tutti risultano formalmente residenti – in diversi numeri civici – al castello. Ma Cristiano, non colpito da provvedimenti restrittivi, da Massa se ne è andato da qualche tempo, per gestire una attività alberghiera in Veneto, dove ha anche famiglia. I Folchi ad Abano gestivano il noto Hotel Orologio.
Gli altri figli dei Foschi, impegnati con i genitori nelle attività gestionali di alberghi e strutture per anziani, sono stati colpiti a loro volta dai provvedimenti restrittivi che hanno concluso la lunga inchiesta. Eleonora, che le ragazze di Massa conoscono praticamente tutte dai tempi della scuola, poi Leonardo e Margherita.
Tutte persone conosciute anche fuori paese. La famiglia Foschi ad esempio aveva preso in gestione nel 2012, prima del terremoto, il famoso hotel Fini di Modena. Sono conosciuti anche in Appennino, per la gestione dell’albergo San Marco di Sestola, altro gioiello del territorio. Ma si tratta solo di alcune delle strutture cui la famiglia ha legato il suo nome in Regione e anche oltre, attraverso le società che sono poi finite nel mirino della guardia di finanza. Di recente avevano anche acquisito in gestione l’Hotel Luna di San Felice, dopo che la proprietà ha cessato l’attività.
Di certo sono ricordati – e anche un po’ invidati – per l’acquisizione del Castello di Carrobio, il maestoso edificio di inizio Novecento (1898-1914), costruito in stile neomedievale. Lo volle così Vittorio Sacerdoti, conte di Carrobio, ambasciatore al servizio del Re d’Italia. Inserito all’interno di uno splendido parco (purtroppo progressivamente aggredito dalla speculazione edilizia) si ispira al castello tedesco di Tobitshau di cui era proprietario un cognato del conte. Voluto come palazzo di rappresentanza, nel 1935 qui venne ospitato il principe del Piemonte Umberto di Savoia. Dopo la guerra è andato in disuso, poi ci sono stati i restauri dei primi anni Novanta. Con il terremoto è stato interessato da danni diffusi, non devastanti, recuperabili con alcuni milioni di euro. (ase)
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