Processo Cemental, una figlia: «Papà morì soffocato tra le mie braccia»
Correggio: Marta Rota ha assistito fino alla fine il padre Luigi, ex dipendente della “fabbrica della morte”, deceduto a 68 anni a causa di un mesotelioma
CORREGGIO. «Mio padre è morto tra le mie braccia, soffocato, a 68 anni. Io lo tenevo stretto e lui si spegneva, piano piano, fino alla fine. Fino a quel momento terribile in cui ho dovuto dirgli addio per sempre».
Ha gli occhi lucidi quando parla di suo padre, anche a distanza di anni, mentre rievoca i suoi ricordi insieme a lui e, soprattutto, quando spiega il modo in cui è morto.
Marta è figlia di Luigi Rota, dipendente della Cemental, dove aveva avuto contatti con l’amianto, rivelatosi fatale. Rota, infatti, è morto nel 1989 a causa di mesotelioma. E la figlia Marta, martedì mattina, era davanti al Tribunale di Reggio in occasione dell’udienza preliminare con cui il giudice ha deciso il rinvio a giudizio di Franco Ponti, titolare della Cemental.
Nella fabbrica della morte, come viene soprannominata la ditta rimasta aperta in via della Repubblica da metà degli anni Cinquanta fino al 1989, chiusa dopo una lunga battaglia da parte delle associazioni ambientaliste, hanno lavorato diverse persone che oggi sono decedute a causa di un mesotelioma, il tumore provocato dal contatto con l’amianto.
Come Luigi Rota, padre di Marta. «Ricordo quei momenti passati da un ospedale all’altro, con mio padre ricoverato, fino a quando siamo arrivati al San Sebastiano di Correggio, dove è deceduto – ricorda ancora Marta, mentre mostra una foto in bianco e nero del padre, un ricordo che porta sempre con sè – Quando lui ha contratto il mesotelioma non sono stati in grado di diagnosticargli quanto gli è successo, perché all’epoca non era ancora conosciuto il tumore provocato dall’amianto».
«Soltanto dopo il suo decesso siamo riusciti a scoprire di che cosa fosse morto in quel tragico 17 ottobre del 1989, una data che non potrò mai dimenticare – prosegue Marta – E’ tremendo morire soffocati, come mio padre. E ho ancora in mente, nitida, l’immagine di mio padre mentre soffre. Ora siamo più che mai intenzionati ad andare avanti nel processo. Per fortuna il giudice ha deciso il rinvio a giudizio. Noi familiari delle vittime vogliamo ottenere giustizia per i nostri morti» conclude Marta Rota.
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