Dal Papa le “schiave liberate”
Bergoglio abbraccia le vittime della tratta delle prostitute accolte nella Onlus Rabbunì di don Simonazzi
REGGIO EMILIA. «Un significativo abbraccio». Così l’Osservatore Romano, il quotidiano del Vaticano, ha definito quanto avvenuto ieri in piazza San Pietro in occasione dell’udienza giubilare, dove Papa Francesco ha avuto un incontro con un gruppo di cinquanta donne e transessuali provenienti da dieci Paesi, che hanno vissuto la tragedia della prostituzione, dopo essere state vittime della tratta.
A sostenerle nel loro sforzo di ritrovare una vita libera è l’associazione Rabbunì di Reggio Emilia, diretta da don Daniele Simonazzi, con sede nella parrocchia di Pratofontana.
«Anche le donne costrette a prostituirsi – spiegano al quotidiano della Santa Sede – hanno qualcosa di bello dentro da condividere e da presentare al Papa, hanno voglia di pregare con lui, soprattutto per i loro figli». E difatti ieri nel gruppo partito da Reggio Emilia non mancavano proprio i bambini. Rabbunì è nata nel 1995 «come espressione del desiderio di alcuni cristiani della Chiesa di Reggio di condividere il cammino di chi si trova sulla strada, con l’idea di stare accanto alla croce, di lasciarci noi per primi visitare dalla Chiesa della strada». Nelle loro attività di assistenza, i volontari hanno avvicinato le ragazze, per lo più straniere, che si prostituiscono lungo la via Emilia e nella zona di Ponte Enza. Dall’agosto 1997, Rabbunì gestisce in convenzione i percorsi di accoglienza nell’ambito del “Progetto Prostituzione- Rosemary” di cui è titolare il Comune di Reggio Emilia, partecipando agli incontri di coordinamento del progetto insieme a forze dell’Ordine e Ausl e organizzando iniziative di formazione a livello regionale nell’ambito della rete “Oltre la strada”. I progetti portatati avanti da Rabbunì si propongono di attivare i percorsi legislativi rivolti a vittime di tratta e sfruttamento sessuale o lavorativo; offrire alternative alla coercizione e possibilità di scelte di libertà e di liberazione attraverso l'accoglienza (anche protetta) in famiglie e strutture del territorio; mettere a disposizione una rete di sostegno rispondente ai bisogni delle/i destinatarie/i (supporto sanitario, legale, abitativo, psicologico); favorire il reinserimento socio-lavorativo di chi sceglie di uscire dallo sfruttamento; operare per la “ricostruzione della persona”, in particolare attraverso una serie di nuove relazioni positive (con i volontari, con le famiglie, con la società); costruire un progetto di progressiva autonomia realizzabile restando in Italia o rientrando al proprio Paese.
«In questi anni – aggiunge don Daniele, raccontando l’esperienza di Rabbunì all’Osservatore Romano – abbiamo incontrato tantissime ragazze: una parte di loro sta continuando il proprio cammino con noi o lo ha concluso ottenendo la propria autonomia e, in qualche caso, tornando in patria. Abbiamo incontrato anche le loro famiglie e i loro popoli, in particolare quello albanese, quello nigeriano e, più recentemente, quello romeno».
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