Di Matteo: «La mentalità mafiosa investe tutte le istituzioni»
Il pm della Dda Palermo, magistrato dell'inchiesta sulla trattativa Stato-Mafia, ospite al Malaguzzi: «Nella politica manca consapevolezza»
REGGIO EMILIA. «Il contrasto serio alle mafie dovrebbe essere il primo problema di un Paese perché l’incidenza della mentalità mafiosa investe le nostre istituzioni e riguarda tutti noi». E poi: «Nel dna della mafia da sempre c’è una ricerca esasperata e intelligente del rapporto con gli altri poteri. Le teste pensanti dell’organizzazione mafiosa hanno precisa e lucida consapevolezza che in assenza di questi legami non avrebbero mai potuto ottenere potenza economica. Lo Stato invece, a partire dalla politica, non ha dimostrato la consapevolezza speculare e contraria della necessità di recidere i rapporti tra potere e mafia per sconfiggerla». [[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:reggio:cronaca:1.13314334:Video:https://video.gelocal.it/gazzettadireggio/dossier/operazione-aemilia/noicontrolemafie-nino-di-matteo-la-mentalita-mafiosa-investe-le-nostre-istituzioni/55033/55213]]
Non usa mezzi termini il pm nella Direzione distrettuale antimafia di Palermo, Nino Di Matteo, magistrato dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia sotto scorta dal 1995, nel delineare il livello del rischio infiltrazioni in tutti i livelli delle istituzioni. Il magistrato è stato protagonista di “Contro le mafie in Italia ed Europa: quali rischi, quali norme”, uno degli incontri conclusivi del festival “Noicontrolemafie”, organizzato dalla Provincia, in collaborazione con diversi Comuni.
Un centro Malaguzzi “blindato” dalle forze dell’ordine, per un convegno al quale hanno partecipato oltre 200 studenti delle superiori, introdotti dal direttore scientifico del festival, Antonio Nicaso, ad una riflessione complessiva sul rapporto mafia-classe dirigente. «La storia della mafia è una storia di trattative e sottovalutazioni», spiega Nicaso, rilevando che «purtroppo anche l’antimafia risponde a logiche di potere».
A fare gli onori di casa, Elia Minari, coordinatore dell’associazione Cortocircuito, che ha ricordato come la repressione della mafia dei “colletti bianchi” necessiti di norme e strumenti ogni giorno più raffinati. Fra i relatori, il presidente della Provincia, Giammaria Manghi, il sindaco di Reggio Emilia, Luca Vecchi, il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, il sostituto procuratore di Palermo, Francesco Del Bene, e il consigliere della Corte d’appello di Palermo, Mario Conte.
«Abbiamo capito che la mafia c’è, ma c’è anche la nostra militanza», afferma Manghi tirando un bilancio della rassegna. Il sindaco, Luca Vecchi, ha concluso invece il suo intervento sottolineando che «chi è onesto non deve aver paura di nulla».
Riforma del 416-ter, autonomia della magistratura, le complessità di un sistema giudiziario nel quale più del 95% dei processi per reati contro la pubblica amministrazione cade in prescrizione: «Scandaloso, la mortificazione più inaccettabile degli sforzi di magistrati e investigatori, dei diritti delle vittime e dei cittadini che chiedono giustizia», afferma Di Matteo.
Sono questi gli argomenti sui quali si è concentrato il magistrato, applauditissimo, per il quale la guerra alla mafia è ancora lontana dall’essere vinta, nonostante le battaglie condotte nel corso degli anni. Come sconfiggerla? Anche con la conoscenza: «Basterebbe leggere le sentenze definitive, come quella del processo Andreotti o quella su Dell’Utri in cui si parla del patto di cui fu mediatore, e che venne rispettato dal 1974 al 1992 tra i vertici delle famiglie palermitane e l’allora imprenditore Silvio Berlusconi, che nonostante ciò ancora due anni fa era interlocutore politico del governo e delle istituzioni anche per riformare la nostra Costituzione…».
Per il magistrato bisogna «avere il coraggio della verità e di ricordare fatti che nessuno vuole più ricordare, ma serve anche un cambio di mentalità: bisogna abbandonare il pregiudizio culturale che giudica più grave l’appartenenza mafiosa del concorso esterno da parte di chi, consapevolmente, collude con la mafia: prestigio e potenza criminale si accrescono molto di più con l’apporto di esterni che non con l’affiliazione di tanti adepti».
Ed è su questo aspetto che il magistrato ha definito la riforma del 416-ter una «grandissima occasione persa», perché prevede pene più contenute rispetto al 416-bis, «giudicando meno grave il fatto che un candidato consapevolmente chieda i voti della mafia promettendo e poi rendendo favori…».
Una mafia che comunque sembra non conoscere confini. Come ha spiegato Nicola Gratteri: «L’Europa è una grande prateria dove chiunque può pascolare, dove non c’è controllo del territorio e la polizia giudiziaria è di non grande livello. È piena di mafiosi che vendono cocaina e con quei soldi sporchi acquistano tutto ciò che è in vendita; non spargono sangue e non creano allarme sociale e per loro è più facile operare perché non esistono una Procura federale e una legislazione antimafia in un’Europa che è solo bancaria e monetaria».
Per Delbene, che ha supportato l’ipotesi di una nomina di Gratteri a ministro, «la politica non sempre favorisce la lotta alla mafia. Anzi, a volte le leggi approvate rischiano di mettere i bastoni tra le ruote». Un concetto espresso anche da Conte: «La lotta alla mafia dovrebbe essere la priorità in un Stato civile, ma purtroppo viene considerata un impaccio».
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