Catasto, a Reggio valori aggiornati al 1992
Se il prezzo fosse adeguato a quello di mercato si pagherebbe il doppio per Imu e Tasi
REGGIO EMILIA. I reggiani arriverebbero a sborsare il doppio per Imu e Tasi, se i valori catastali degli immobili, risalenti al 1992, fossero automaticamente adeguati agli attuali prezzi di mercato. Nella nostra città, infatti, questi ultimi ammontano mediamente a 165.202 euro, secondo il calcolo effettuato da Nomisma moltiplicando la quotazione al metro quadro per la superficie di un alloggio medio.
Il catasto, invece, assegna allo stesso immobile tipo un valore di 84.849 euro. La differenza è del 95%: poca roba rispetto al 267% di Pistoia, che guida la classifica dei capoluoghi di provincia pubblicata ieri da Il Sole 24 Ore, ma molto più del 15% di Pordenone, fanalino di coda. Fra gli altri capoluoghi dell'Emilia-Romagna il maggiore divario (208%) si registra a Rimini, seguita da Parma (140%), Piacenza (133%), Ravenna (115%), Forlì (114%), Modena (103%), Bologna (89%) e Ferrara (57%). Il giornale ne deduce qualche seria preoccupazione, benchè il Governo abbia promesso che le sperequazioni saranno eliminate senza accrescere il gettito complessivo delle imposte, ma aumentandole a chi paga meno del dovuto e diminuendole a chi paga di più. La riforma del catasto, in effetti, era già scritta nella legge 23 dell'11 marzo 2014, che delegava il Governo a emanare "disposizioni per un sistema fiscale piu' equo, trasparente e orientato alla crescita". Molti, al contrario, la lessero come l'ennesima stangata sulla casa e non se ne fece nulla. Ora, però, il riordino catastale si riaffaccia nel Documento di economia e finanza varato dal Consiglio dei ministri lo scorso 8 aprile.
In teoria esso risponde a criteri di equità. Basti pensare alle imposte irrisorie pagate per certi attici lussuosi o al sensibile divario di mercato fra appartamenti con i medesimi estimi catastali ma situati in zone diverse. Inoltre la legge delega appare sensatissima quando prevede di rapportare i nuovi valori ai metri quadri anzichè al numero dei vani. Tuttavia le difficoltà, che fanno prevedere un percorso attuativo di almeno cinque anni, sono rilevanti. «La prima - osserva Il Sole 24 Ore - dipende dall'infinita varietà delle aliquote fiscali. La seconda è la ricerca di denaro, che potrebbe spingere i comuni a penalizzare certe o tutte le categorie immobiliari».
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