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Ecco Peecker Sound i maghi del suono

di Paolo Cagnan
Ecco Peecker Sound i maghi del suono

Gianni Toschi: impianti audio per le discoteche di mezza Italia

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Pump up the volume, pompa il volume. Se volete sapere chi vi ha fatto ballare per qualche decennio, diciamo tra gli anni Settanta e Ottanta, siete nel posto giusto. Lui si chiama Gianni Toschi, self-made man reggiano. E’ un mago dei sistemi audio e dell’amplificazione del suono, presiede la Sound Corporation ma ha gestito centinaia di discoteche con il marchio Peecker Sound. Lo abbiamo intervistato in vista di «Disco Emilia», la mostra sui locali da ballo storici che sarà ospitata allo Spazio Gerra dal 6 maggio, nell’ambito di Fotografia Europea e in collaborazione con la Gazzetta.

Toschi, riesce a farci un sintetico affresco di quegli anni?

«Gli anni Sessanta sono stati quelli dei complessi e delle balere; gli anni Settanta si sono caratterizzati per la voglia di socializzare; gli anni Ottanta sono stati dominati dal fashion e dalla voglia di mostrarsi;, gli anni Novanta, dalla trasgressione».

I primi deejay sono comparsi come supporto dei gruppi che suonavano, per intrattenere il pubblico durante le pause. E' così?

«Sì. La figura del deejay nasce proprio in questo contesto: quando il gruppo smetteva di suonare, arrivava un disk jockey che metteva su qualche disco. Solo che, con il tempo, molti hanno finito per apprezzare più la musica riprodotta di quella suonata dal vivo».

E questo ha messo in evidenza il problema principale: l'assenza di impianti audio adeguati all'interno delle discoteche.

«Sì, questi locali usavano in realtà quello che i complessi portavano con sé ed erano generalmente sprovvisti di impianti audio autonomi. Da qui è nata l'esigenza di dotarli di sistemi di qualità e potenza superiore, che rispondessero anche meglio alle nuove esigenze: quelle di una musica riprodotta. Stava nascendo la discomusic, servivano impianti ben diversi, con subwoofer a pavimento e altre dotazioni».

E così voi vi siete di fatto inventati un nuovo mestiere, a partire dal 1968 anche se il marchio Peecker Sound è nato solo anni dopo, nel 1977. Specializzandovi sempre più, sino a diventare dominatori di un mercato all'epoca in grande crescita. Tanto che vi siete allargati dall'Emilia al resto d'Italia, e poi fuori dai confini nazionali.

«Sì, abbiamo realizzato gli impianti per centinaia di locali, anche all'estero. Non avevamo punti di riferimento, all'inizio: eravamo i pionieri. Dagli anni Settanta, in Italia sono nate qualcosa come cinquecento discoteche, di cui oltre 50 a Reggio Emilia e nelle zone limitrofe, dal Marabù al Picchio Rosso al Kiwi».

Poi avete creato un'altra società, Sights & Sound, con la quale vi siete inventati un'altra novità eclatante per l'epoca: i videoclip.

«Sì, abbiamo portato nei locali l'immagine, da accostare alla musica. Ora è tutto molto scontato, allora era profondamente innovativo. Avevamo i proiettori da 16 millimetri, e i materiali che le case discografiche producevano solo per la televisione. Li abbiamo acquistati e ci siamo messi a montare i videoclip, mixandoli. Facevano "pizze" da 40 minuti e avevamo i nostri fattorini che le portavano direttamente nelle discoteche, servendone anche un centinaio a sera. C'erano le clip musicali, ma anche lo sport acrobatico. Abbiamo legato la musica all'immagine: era la prima volta».

E ancora non era finita perché è poi nata la SIR, una cordata d'imprenditori provenienti da varie esperienze che, nei fatti, "sfornava discoteche" curando in sinergia ogni singolo aspetto, dall'illuminotecnica all'arredamento, agli impianti audio.

«Sì, c'erano imprenditori del ramo maglieria di Carpi e delle ceramiche di Sassuolo. Noi, ovviamente, ci occupavamo della parte impiantistica. La SIR ha costruito discoteche come funghi; dal Picchio Verde al Piro Piro, dal Piccadilly al Picchio Rosso, dal Jumbo al Caravel».

Un po' di costume, Toschi: a quei tempi a che ora si andava in discoteca?

«Era tutto un altro mondo. Adesso sembra paradossale, ma allora alle otto e mezzo c'era già la coda fuori dal Picchio Rosso. La serata finiva attorno a mezzanotte, i ritardatari se ne andavano all'una».

E il volume? La potenza dei vostri impianti?

«Al Marabù, al Picchio Rosso, al Kiwi abbiamo installato potenze da 20-30 mila watt. Diciamo, da trenta a quaranta casse, che noi chiamiamo diffusori acustici. Il volume negli anni Settanta viaggiava oltre i 120 decibel».

Il modello delle discoteche come lo abbiamo descritto sopra è di fatto morto negli anni Novanta: perché?

«L'Italia è stata uno dei pochi Paesi dove il fenomeno della discomusic è durato quasi trent'anni. In America, per dire, sono bastati pochi anni perché scomparisse. Il declino è legato al fatto che se negli anni Settanta e Ottanta si andava nei locali per ballare, per socializzare, per divertirsi, negli anni Novanta è subentrata la trasgressione e la discoteca è diventata il luogo dove fare di tutto, tranne che ballare. E questo, ovviamente, è un aspetto negativo».

Oggi lei dirige la Sound corporation, erede di quella esperienza. Come siete riusciti a rimanere comunque sul mercato?

«La Peecker Sound è stata leader nel campo dell'entertainment italiano per vent'anni e con la crisi del modello ha comunque continuato a lavorare all'estero, dalla Spagna alla Russia. Poi, ovviamente, abbiamo dovuto ampliare il nostro raggio d'azione, curando l'audio professionale in molti altri settori: dai teatri alle sale conferenze, dagli aeroporti ai Palacongressi, sino alle stazioni ferroviarie».

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