In pellegrinaggio fino a Santiago per scoprire gli altri
Scandiano: l’esperienza del viaggio di Gian Luca Campanini in un libro tra introspezione e amicizie indimenticabili
SCANDIANO. Ha affrontato il Cammino di Santiago – a piedi – come qualsiasi pellegrino allo scopo di conoscere. Conoscere un ambiente sconosciuto animato da gente sconosciuta e, passo dopo passo, conoscersi. Una esperienza non mistica – pur essendo cattolico praticante – e neppure legata a un voto da sciogliere, bensì figlia del desiderio di scoprire altro e altri.
«L’obiettivo non è la meta, ma i piccoli passi e le piccole esperienze che si fanno nel raggiungerla». Così parla lo scandianese Gian Luca Campanini, classe 1963, educatore in Comune a Reggio, sposato e con tre figli ormai grandi, che ha intrapreso questo cammino con lo scopo di arricchire il proprio bagaglio personale.
«Il Cammino non è facile da spiegare – racconta Campanini, che di questa sua esperienza ha fatto un libro e un documentario di cui parte dei proventi sono andati in beneficenza (ndc) – Molti mi chiedono: ma io lo posso fare? Si, tutti possono farlo. Ognuno però deve sapere quali possono essere i propri limiti e quanto è disposto a mettersi in gioco».
In che senso?
«Andare a Santiago significa affrontare un percorso sicuramente arricchente ma faticoso. Attraversare emotivamente momenti di condivisione ed euforia e altri di solitudine e malinconia. Godere di un percorso “attrezzato” ma anche sapersi arrangiare. Lì il pellegrino è benvisto e benvoluto, la gente è abbastanza accogliente sia per cultura che per un indubbio interesse economico, mai esasperato. Ma è il pellegrino che “fa” il suo cammino, che dà spessore e valenza alla fatica, alle relazioni, ai dolori e alle solitudini. E non sempre è poi facile e così scontato».
È ancora complicato.
«In questa fase della vita mi piace sperimentare esperienze in cui quello che si è fatto non ha valore, non ti inquadra, non ti etichetta: sei tu, quello che sei e quello che vuoi dare. Tu di fronte a realtà non conosciute. Tu, il tuo bagaglio di vita, la tua esperienza, la tua storia interiore. Personalmente affronto una volta all'anno questo tipo di viaggi. A giugno dovrei fare la Transiberiana, in treno. Vagoni di terza classe, una specie di ostello da 54 posti con le ruote. Li si possono conoscere persone che ti arricchiscono».
È successo così anche a Santiago?
«Si. Il cammino si può fare anche prenotando alberghi lussuosi. Ognuno fa il suo cammino. C’era una coppia di milanesi che andava in hotel 5 stelle, ma lungo il Cammino era davvero arricchente. Non tutti possono affrontare le difficoltà fisiche e psicologiche del Cammino».
Ha realizzato ciò che voleva?
«Nella prime tappe ho fatto amicizie che durano ancora. Successivamente ho fatto incontri, condiviso e scambiato esperienze. Ho confrontato valori abbattendo categorie sociali, distanze generazionali e fisiche. Ho raccolto dal loro bagaglio di esperienza che ha accresciuto il mio. Ora sono pronto a ripartire».
Il suo libro, “Non ho camminato mai da solo” è a metà tra il racconto da turista fai da te e il catalogo del tour operator, ma con tanti racconti di persone incontrate.
«Il libro nasce come idea di condividere un'esperienza, di raccontare le sensazioni, le fatiche e gli stati d'animo vissuti. Nessun fine commerciale. Con la vendita dei primi 100 libri ho potuto finanziare alcuni progetti educativi della Missione di Utinga, in Brasile, dell'amico Don Gabriele Burani, che avevo visitato 7 anni fa. È un libro autoprodotto. Ma come nel Cammino occorre mettersi in gioco per imparare a condividere con gli altri».
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