Gazzetta di Reggio

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«Dopo 70 anni sono tornato alla vita»

di Adriano Arati
«Dopo 70 anni sono tornato alla vita»

Il partigiano di origine ebraica Avraham Aviel ieri mattina al teatro Valli ha incontrato gli studenti dei Viaggi della Memoria

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REGGIO EMILIA. Un ritorno, il primo in 70 anni, al luogo della vita, «quello in cui per la prima volta dopo anni ho potuto dormire in un letto». Sono giorni assolutamente unici quelli che sta vivendo Avraham Aviel, l'87enne partigiano di origine ebraica che ieri mattina al teatro Valli ha incontrato gli oltre mille studenti del Viaggio della Memoria di Istoreco 2016, che ha portato a Praga ragazze e ragazzi di tutte le scuole superiori della provincia reggiana. Aviel ha parlato a questa foltissima platea nell'ultimo atto del Viaggio, introdotto dal sindaco di Reggio Luca Vecchi, che ha sottolineato l’unicità dell’esperienza reggiana del Viaggio della Memoria, e del consigliere regionale Yuri Torri. All'appuntamento, Avraham è arrivato dopo un'esperienza particolarmente emozionante, vissuta assieme alla moglie Ayala e alle due figlie, accompagnate da un gruppo di Istoreco. Domenica l'87enne resistente ha visitato Selvino, un paese sulle Alpi sopra Bergamo, dove si trova una colonia per bambini costruita in epoca fascista e utilizzata nel primo dopoguerra come orfanotrofio per bimbi ebrei sopravvissuti alla Shoah, gestita dal Cln di Milano.

Avraham, dopo aver perso tutta la propria famiglia durante la soluzione finale e aver combattuto giovanissimo assieme ai partigiani sovietici nella Polonia occupata, è arrivato nel 1945 a Selvino dopo aver attraversato a piedi l'Europa, dalla Polonia sino all'Italia. Qui ha passato diversi mesi prima di partire per Israele, dove è arrivato pochi mesi prima della guerra del 1948. Fra le altre piccole ospiti di Selvino, una bimba di nome Ayala, che Avraham ha reincontrato a Cipro – dove la nave di migranti ebrei era stata bloccata dalle truppe inglesi – e che poi ha sposato in Israele. Nel mezzo altre guerre e altre battaglie, combattute anche da Ayala, e la testimonianza al processo Eichmann, come uno dei pochissimi superstiti alla fase delle fucilazioni, che ha portato alla morte di oltre un milione di persone. In questi 71 anni nessuno dei due coniugi era mai tornato a Selvino, e domenica si sono finalmente tolti la soddisfazione con le due emozionatissime figlie, che hanno potuto vedere il luogo dove – per certi versi – è nata la loro famiglia. O quantomeno dove si è generata la prima scintilla. Nel paesino bergamasco sono stati festeggiati dal gruppo di persone che da anni sta cercando di valorizzare la storia di questo misconosciuto quanto preziosissimo orfanotrofio, coordinate da Cavallarin; e dall'amministrazione comunale di Selvino, con il vicesindaco Paolo Carrara e tanti abitanti ad accompagnare il gruppo reggiano passo dopo passo. Al rientro, era inevitabile per l'anziano partigiano farsi travolgere dai pensieri.

Avrham, cosa ha provato in questi giorni?

«Sono molto contento di essere tornato a Selvino con mia moglie e le mie figlie, ma ancora di più un'altra cosa che mi riempie davvero di una gioia incontenibile».

Quale cosa?

«L'affetto attorno a noi. È incredibile che 70 anni dopo ci siano così tante persone in Italia che si ricordano di noi, che vogliono parlare di quella vicenda».

Non se lo aspettava?

«All'epoca io volevo solo vivere, e non sapevo dove andare, non avevo più nessuno».

Niente e nessuno?

«No, ho seppellito mio fratello, riportandolo a casa, e poi mi sono reso conto di dover cercare una nuova vita».

E l'ha trovata?

«Sì, sia io che Ayala non avevamo più nessuno e adesso abbiamo figli, nipoti, pronipoti. È la vittoria più grande, abbiamo una famiglia».

A quegli anni pensa ancora spesso?

«Sempre, io sono sempre là. Sogno spesso di combattere e scappare, combattere e scappare. Per fortuna però ora sono solo sogni».

Lontani, ma non cancellati. Lei ha contribuito a tenere viva la memoria di quegli anni, testimoniando anche al processo Eichmann.... che pare abbia trascorso oltre un anno nella montagna reggiana».

«Non sapevo di questo fatto, ma adesso non mi importa più molto di lui. Io in quegli anni ero in fuga, volevo solo trovare un posto che potessi chiamare casa, e non pensavo molto a che cosa avessero fatto i nazisti».

E il processo?

«Quando parlavo io non vedevo Eichmann, vedevo mia madre, i mie fratelli. Vedevo loro, e li ricordavo non pensavo a quell’uomo che non conoscevo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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