Disabilità in gita, quando l’inclusione c’è
Matteo è affetto dalla sindrome “Ring14” ma allo Jodi non si sente escluso. La madre: «Le persone fanno la differenza»
REGGIO EMILIA. Tre alunni esclusi dalla gita scolastica perché autistici. È accaduto la settimana scorsa a Livorno, Isernia e Legnano, pochi giorni dopo la celebrazione della Giornata mondiale dell'autismo. Casi del genere però sembrano non riguardare Reggio Emilia. Come dimostra la storia di Matteo, 17 anni, affetto dalla nascita dalla sindrome "ring del cromosoma 14": una malattia genetica molto rara e incurabile che gli causa crisi epilettiche settimanali molto frequenti e farmacoresistenti, sintomi neurologici, tratti autistici e un ritardo complessivo molto grave. Matteo frequenta il secondo anno dell'Istituto Zefferino Iodi e martedì scorso sarebbe dovuto andare in gita con i suoi compagni verso una meta scelta apposta per lui: una fattoria didattica poco distante dalla città. Un luogo dove avrebbe potuto imparare e divertirsi, non lontano dai genitori in caso di bisogno. La malattia però si è messa in mezzo e un attacco epilettico gli ha impedito di partire con i compagni di classe. Ma l'esempio virtuoso di famiglia, docenti, educatori e amici di Matteo resta. Ed è su questo che si vuole focalizzare la madre, Stefania Azzali, fondatrice e presidente della onlus "Ring14".
La vicenda di Matteo è una bella storia da raccontare, in un contesto di esclusioni e incomprensioni.
«Si è vero. So che quanto sta riempiendo i giornali e Facebook sui ragazzi disabili e autistici rifiutati è purtroppo vero e molto frequente. Ma volevo testimoniare che ogni tanto, in questo deserto di disperazione, qualche fiore nasce. Bisogna dare speranza a coloro che non ci credono più e anche a quegli insegnanti ed educatori che lavorano con passione e coraggio».
Il suo percorso di inserimento scolastico è quindi un esempio virtuoso?
«Matteo in passato ha avuto delle gite a cui non è stato invitato. Non è stato sempre tutto rose e fiori. Da quando è stato inserito allo Jodi però ha avuto la fortuna di trovare docenti aperti e disponibili. Quando abbiamo iniziato erano molto spaventati dalle crisi epilettiche, ma anziché pretendere da loro cose che non sapevano fare ci siamo messi al loro fianco, abbiamo insegnato agli insegnanti. Quello che abbiamo ottenuto è frutto di un grande lavoro di squadra. Inserire un bambino come Matteo in una classe senza dare il minimo sostegno come famiglia vuol dire mettere i professori nella condizione di non riuscire a interagire con lui».
E il rapporto con i suoi compagni è altrettanto positivo?
«Anche qui non è facile, e io li capisco: non è semplice interagire con mio figlio. Ma con loro, come nel caso dei docenti, c'è stata una progettazione con il centro Tice (Tecniche di insegnamento per le competenze dell'età evolutiva, ndr), abbiamo mostrato loro come trattare la sua malattia, li abbiamo fatti appassionare. E grazie a questo ora c'è una grande attenzione, ogni giorno lo accolgono a turno due di loro e lo aiutano a fare le cose di routine a scuola».
Il suo è quindi un invito a rimboccarsi le maniche...
«Nella scuola italiana ci sono tantissimi problemi, tantissime famiglie abbandonate e tantissima solitudine. Il problema c'è ma volevo portare un po' di luce in questo buio. Le persone fanno la differenza e ci sono anche esperienze positive come la mia. Certo non va tutto bene ma quello di Matteo è un esempio di buona prassi e uno spunto per essere di aiuto a tante altre famiglie come la mia».
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