Quelle facce di bronzo a Brescello
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Ancora non conosco Marcello Coffrini, già sindaco di Brescello, primo Comune reggiano ed emiliano sciolto per mafia. Però l’ho visto e rivisto nella foto pubblicata in prima pagina sulla Gazzetta di giovedì, accanto alla statua di Peppone. Coffrini, vicino alla faccia di bronzo del suo predecessore letterario. Ecco, non ho alcuna intenzione di fare un uncinetto di ragionamenti intorno al facile paradosso che gioca sulla notorietà romanzesca di Brescello, la fama di Guareschi, i film con Gino Cervi e Fernandel: il Comune di Peppone e don Camillo sciolto per mafia…
Io faccio di peggio. Scrivo che la vicenda brescellese, e quindi quella di Coffrini, è una storia statuaria, di statue che, in certe circostanze, superano i motivi per i quali sono state fatte, e diventano dei talismani. Assumono un potere purificante.
Qualche esempio? La statua di Giulietta a Verona: le tocchi il seno e t’innamori. La Bocca della Verità a Roma (in origine era un tombino): le infili la mano e rischi le falangi se non sei sincero. La statua di San Pietro in Vaticano: le sfreghi i piedi e ti senti in grazia. E Peppone che saluta col cappello, installato in piazza Matteotti col don Camillo dello scultore Andrea Zangani? Che fa? Quale fluido ha? Semplicemente popolarizza. Cioè, una foto fatta con il burbero simpatico comunista Giuseppe Bottazzi riporta a una dimensione domestica, consolante, battagliera valpadana, a lieto fine in nome e per conto del popolo.
Chissà se Coffrini, sindaco figlio di sindaco, nel farsi immortalare col Peppone metallico ha messo in conto questi sotterfugi che sono parte del subconscio collettivo. L’arte ha una forza misteriosa: mostra ciò che non è più, oppure ciò che non è. Infatti, oltre ad avere rappresentato un’invenzione anni Cinquanta localizzata nell’inesistente borgo di Ponteratto, conferma che l’universo umano di Guareschi è morto e sepolto; Brescello è il posto dove il Mondo Piccolo è diventato troppo grande; il bisticcio fra il sindaco e il prete sono preistoria.
Preistoria, rispetto al condizionamento mafioso così trasversale e universale da indurre il Consiglio dei ministri a mandare tutti a casa, amministratori e consiglieri.
In un passaggio tanto drammatico, per quel paese e per tutto il Reggiano, il ritratto tranquillizzante di Coffrini jr con la statua di Peppone ha la finalità di rincuorare. Non l’ex sindaco, ma chi lo guarda. Coffrini ha dimestichezza con le sculture. Al di là della sua inamovibilità marmorea durante la tempesta, le polemiche, le accuse, gli inviti scatenatisi dopo le sue lodi a Grande Aracri, l’ex sindaco ha frequentazione statuaria.
Lo ritrovo nell’archivio fotografico, in compagnia del reverendo parroco don Evandro Gherardi, in processione verso il Po col Cristo in croce. È l'immagine filmica sessant’anni dopo, in fotocopia, di Fernandel che regge il crocefisso e di Cervi contrito che lo segue.
C’è qualcosa di inquietante in questa sequenza, che non catapulta all’indietro, verso mistiche devozioni medievali, ma dentro il nostro credere e il nostro militare della metà del Novecento, Anzi, dentro un film. Il crocefisso che don Gherardi porta in giro è lo stesso che parlava a don Camillo, cosicché l'immaginario popolare finisce per credere sì, ma nella cinematografia. Cinema ora pro nobis.
Continuo? A Brescello le sculture che contano sono tre. Le già citate di Peppone in bronzo in piazza, e quella del Cristo inchiodato e parlante in chiesa. E poi quella in gesso del Pasquino che vigila sul centro storico, la parrocchiale e il municipio. Modellata dal Sansovino, ritrae il duca Ercole II d’Este, ma anche i successi elettorali locali del Pci, del Pds, di Ds, dell’Ulivo, del Pd. Non c’è stata occasione elettorale più o meno recente che non abbia visto il Pasquino adottato come simbolo delle liste di sinistra o centrosinistra. La scultura muscolare è un totem. Chi ce l’ha, vince.
Coffrini lo ha intuito così bene che - si racconta - in tempi non sospetti avrebbe registrato quel marchio in Camera di commercio. Se è vero, l’ormai ex sindaco figlio di sindaco, avrebbe così privato il Pd del suo brand, del suo trofeo dentro il quale si dispiegavano le liste dei candidati e le vittorie brescellesi.
Ripeto, se questo copyright del Pasquino sussiste, il già primo cittadino sarebbe andato progettando un colpo di mano nei confronti del suo ex partito, annettendo a lui, personalmente a lui, il simbolo.
Un’altra statua, che ha lo stesso nome - Pasquino - di quello celebre di Palazzo Braschi, a Roma, al quale per secoli furono appese satire contro il potere. Mi viene in mente una pasquinata in morte di papa Leone X venditore d'indulgenze: Gli ultimi istanti per Leon venuti,/ egli non poté avere i sacramenti./ Perdio, li avea venduti!
Grazie al cielo il commissariamento del municipio, permette di saltare la chiamata alle urne del 5 giugno, e punterà sulle amministrative del 2017, salvo ulteriori rinvii. Così il Peppone di bronzo se ne starà fisso col cappello in mano. Il Crocefisso di legno non dirà una parola (per lui l’ha pronunciata don Gherardi: «Adesso Brescello è morta»).
Il Pasquino di gesso resterà nella naftalina di Coffrini, e Coffrini resterà in naftalina. Così da passare dalle statue e dal Mondo Piccolo a un mondo nuovo. Credo.
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