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san martino in rio, l’assessore

Ancora un «no» da Cavazzoni stavolta sul controllo di Iren

SAN MARTINO IN RIO. Prima il «no» alla formazione di un’alleanza tra Sel e il centrosinistra in vista delle elezioni amministrative che il 5 giugno nomineranno un nuovo sindaco che prenderà il posto...

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SAN MARTINO IN RIO. Prima il «no» alla formazione di un’alleanza tra Sel e il centrosinistra in vista delle elezioni amministrative che il 5 giugno nomineranno un nuovo sindaco che prenderà il posto dell’attuale, Oreste Zurlini. E pochi giorni fa, precisamente durante l’ultimo consiglio comunale, dall’assessore Erio Cavazzoni un altro «no» su una questione diversa, ma che rappresenta un ulteriore punto di discordia rispetto alla maggioranza.

Mercoledì sera si era appena finito di discutere l’ordine del giorno per ridefinire i vincoli statutari in materia di controllo pubblico di Iren spa, insieme ai patti parasociali in essere tra soci pubblici. Al momento dell’approvazione del nuovo testo di statuto sociale Cavazzoni ha votato no. «Per anni abbiamo parlato dell’importanza del controllo pubblico della società che gestisce temi rilevanti quali energia, acqua e ciclo dei rifiuti. Nel mio lungo intervento dell’altra sera ho voluto rimarcare i problemi che celano le modifiche allo statuto di Iren – argomenta Cavazzoni - Nonostante delibere e patti votati in tutti i Comuni a garanzia del 51% delle quote in mano pubblica, è bastato che due Parma e Torino, in barba a tutti gli accordi, abbiano dato in pegno a istituti di credito azioni ordinarie per far fronte ai propri debiti, per perdere tale maggioranza. Questo rende ancor più evidente la differenza nelle fasi decisionali che ricoprono i grandi comuni rispetto ai piccoli, cosa che poi si evidenzia anche nelle scelte delle strategie della società e dei suoi dirigenti. Le modifiche allo statuto non faranno altro che favorire politiche ancor più spregiudicate dei grandi comuni permettendo di vendere consistenti numero di quote e trovarsi tra qualche anni con un valore azionario pubblico sceso al 40%. Con la possibilità più che concreta di veder passare in mani private il controllo della gestione dell’acqua pubblica, esattamente il contrario di quanto hanno espresso dagli italiani col referendum del 2011».

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