Il silenzio di don Evandro
Il moderno don Camillo obbedisce a Camisasca: non parlerà più di mafia ai giornalisti
BRESCELLO. Don Evandro non parla con i giornalisti. Adesso non può. Il “silenzio stampa” al sacerdote è un “invito” del vescovo Massimo Camisasca - che, per ora, non intende commentare o motivare la decisione - all’indomani della notizia dello scioglimento del Comune di Brescello per condizionamento di tipo mafioso.
La situazione è delicata. Il provvedimento del Ministro dell’Interno Angelino Alfano è il primo del genere in Emilia Romagna. Un fatto storico, che metto in discussione l’identità di un territorio. E nel paese noto al mondo per essere la casa di Peppone e don Camillo, al don Camillo moderno, che tanto comodamente si è infilato anche nei panni del personaggio di Guareschi - l’immagine simbolo è la processione con il “Cristo parlante” sulle spalle di don Evandro – viene chiesta maggiore cautela e circospezione, oggi che i riflettori anche dei media nazionali sono puntati su Brescello.
Del resto, il percorso difficile della comunità brescellese dalle dichiarazioni dell’ex sindaco Marcello Coffrini su Francesco Grande Aracri, fratello del boss di Cutro - «E’ gentilissimo, è uno molto tranquillo...» - allo scioglimento, è stato accompagnato dalle parole del sacerdote. Il quale, sia dal pulpito che ai microfoni, non si era mai sottratto al confronto. Al punto, che pareva lui stesso aver incarnato il pensiero di una comunità che si ribellava a quella parola: mafia.
E’ il 27 settembre del 2014 quando in chiesa, poco prima della processione verso la foce dell’Enza, dichiara: «Brescello non è mafiosa». Esprimendo solidarietà umana a Coffrini. «Al di là dei toni criticabili che ha utilizzato, ha subito un trattamento esagerato». Sul giornale pastorale torna a prendere la parola pochi giorni dopo, il 15 ottobre: «Ho fatto esperienza nella Locride. Posso affermare che Brescello non è mafiosa. Basta calunnie». Nel gennaio del 2016 - nel frattempo è deflagrato il caso Aemilia - don Evandro dal pulpito è più cauto: «Certo, ci sono persone in paese che hanno chiari e dimostrati legami con l’ndrangheta, ma non penso che il Comune sia colluso». Fino ai giorni scorsi, dopo l’annuncio dello scioglimento del Comune. Le parole di don Evandro alla Gazzetta sanno di mea culpa, collettivo: «Il paese è distrutto. Ci sono tante divisioni. Servirà gente nuova e motivata. Se sarò ancora qui, lotterò finchè la comunità si riprenda. Credo che un po’ tutti abbiamo commesso degli errori, io compreso». Poi, l’invito al silenzio. Ma l’ultimo messaggio è già un testamento.
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