A Reggio Emilia i rifugiati protestano per il "rancio"
Clamorosa ribellione alla mensa a cui pranzano ogni giorno molti dei richiedenti asilo ospitati a Reggio dalla Dimora d'Abramo. Sul web intanto, il membro della segreteria Pd Giacomo Bertani Pecorari batte - sul tempo e sui toni - persino il leader della Lega Nord, Matteo Salvini
REGGIO EMILIA. Pasta scotta. O troppo al dente. O scondita. Comunque sempre pasta. E alla fine, nella mensa in cui ogni giorno, trovano un pasto caldo i richiedenti asilo ospitati a Reggio Emilia, esplode la protesta. Come già accaduto in altre parti d'Italia, anche a Reggio i richiedenti asilo contestano il menù.
E la protesta, nei giorni scorsi è arrivata fin dentro la questura. Un blitz vero e proprio, un'occupazione pacifica che ha costretto addirittura il questore Isabella Fusiello ad ascoltare le ragioni di questa trentina di immigrati, in gran parte pakistani, stanchi "della solita minestra".
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Dopo averli ascoltati, il questore ha segnalato il caso ai responsabili della Cooperativa sociale Dimora d'Abramo incaricata dalla Prefettura della gestione dei richiedenti asilo, sia per la sistemazione, sia - appunto - per il vitto. Per questo lavoro la coop sociale percepisce dallo stato 33 euro a persona al giorno. E in quella "diaria" ci stanno le spese per il vitto e l'alloggio.
"Una protesta incomprensibile - commenta il presidente della Dimora d'Abramo Luigi Codeluppi - sicuramente manovrata da qualcuno. E' la prima volta che qualcuno si lamenta dei pasti, che peraltro consumiamo anche noi quando siamo assieme ai rifugiati".
Invero, non è la prima volta che la Dimora d'Abramo finisce nella bufera per via della gestione degli immigrati in città. L'anno scorso, ad agosto, esplose in città il caso dei rifugiati che erano stati reclutati come volontari a Festareggio, l'annuale kermesse del Pd reggiano al Campovolo.
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In quell'occasione la polemica fu cavalcata dalle opposizion, Lega Nord in testa, ma costrinse anche la Prefettura a vietare l'utilizzo dei profughi ai tavoli dei ristoranti della Festa Pd. Ma il casus belli nascondeva in realtà uno scontro tutto interno alla cooperativa che proprio qualche settimana prima aveva approvato il proprio bilancio tra le polemiche.
Un paradosso perché il bilancio presentava un utile corposo. E proprio sulla "spartizione" di quell'utile si erano levate voci fortemente critiche tra i soci. Voci autorevoli come quelle dei preti oggi più vicini agli ultimi: da don Giuseppe Dossetti, a don Eugenio Morlini, fino a don Daniele Simonazzi.
"Qui i soldi non c'entrano - chiarisce ora Luigi Codeluppi nel mezzo della "rivolta del rancio" - e non capisco questa protesta",
La pensano così in tanti. E sul web si vede. Ma anche qui la sorpresa non manca: il primo a prendere la parola, con un post su Facebook è Giacomo Bertani Pecorari, membro della segreteria Pd, renziano di ferro e membro della segreteria provinciale del Pd.
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"L'unica risposta che avrei dato a una protesta del genere è un calcio nel culo. Altro che delegati e dialogo" scrive Bertani Pecorari, battendo sul tempo (ma anche nei modi) persino il leader del Carroccio Matteo Salvini, che non riesce a eguagliare, nell'incisività del linguaggio l'esponente del Pd reggiano. Che,manco a dirlo, sulla sua bacheca, viene subissato di critiche.
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