Botte in cella, chieste nove condanne
Ma i tre difensori degli agenti della Penitenziaria accusano la polizia: «L’arrestato venne picchiato prima, in questura»
REGGIO EMILIA. Agenti contro agenti. Alla resa dei conti della requisitoria del pubblico ministero e delle arringhe degli avvocati si è ieri a dir poco infiammato il processo davanti al giudice Alessandra Cardarelli che sta cercando di far luce sul pestaggio dell’allora 19enne Guram Shatirishvilli, cioè del ladruncolo georgiano arrestato e già condannato (la sentenza sta per diventare esecutiva) per concorso nel tentato omicidio di un poliziotto nelle cantine del complesso residenziale di via Mantegna.
Una vicenda del luglio 2012 che creò non poche polemiche per i seri rischi corsi dall’agente a cui venne sfilata la pistola, poi a sorpresa nacque un’indagine nell’indagine quando apparve chiaro che il giovane arrestato venne picchiato. E per il pm Maria Rita Pantani – coordinatrice dell’inchiesta, ieri sostituita in aula dalla collega Stefania Pigozzi – il pestaggio del 19enne avvenne in tre occasioni in carcere (fra il 9 e il 10 luglio di quattro anni fa) come ritorsione contro chi aveva messo in pericolo la vita di un poliziotto. Secondo l’accusa Guram venne colpito violentemente alla Pulce – da nove agenti carcerari – con calci e pugni al volto, alla testa e al corpo, causandogli la frattura di due costole, con una prognosi di oltre 40 giorni.
E l’indagine era partita quando, in carcere, venne intercettato un colloquio fra il georgiano e la madre: la polizia cercava di “captare” i nomi dei complici sfuggiti alla cattura nel concitato raid avvenuto nel condominio, invece da quelle parole saltarono fuori le botte al giovane. E ieri l’accusa – che ritiene tutto provato – ha chiesto 5 anni di reclusione per i nove agenti di polizia penitenziaria: Andrea Ambrogi, Vincenzo Coccoli, Marco Lettieri, Andrea Affinito, Roger Farinaro, Pasquale Zorobbi, Domenico Gasparro, Carmine Nocera e Claudio Pingiori.
Energica la reazione dei tre difensori che si sono divisi i compiti per “aggredire” le accuse. In punta di diritto e con una serie di documentazioni (registri del carcere, badges, turnazioni) gli avvocati Liborio Cataliotti e Federico De Belvis hanno evidenziato sia come l’azione penale fosse improcedibile per carenza di querela («Non c’è la prova che l’aggravante degli oltre 40 giorni di prognosi legati alla frattura delle costole sia avvenuta in carcere»), sia come i loro assistiti non fossero presenti (perché impegnati in altri servizi o appena entrati in carcere) nei tre momenti indicati dall’accusa (all’ingresso alla Pulce e dopo la visita medica del 9 luglio, nonché prima della colazione il 10 luglio). Poi il duro affondo dell’avvocatessa Donata Cappelluto: «Guram venne arrestato e, comprensibilmente, nella colluttazione riportò ferite. Fu portato al pronto soccorso, dove gli riscontrarono lesioni alla schiena, ma non al torace, poi riportato in cella di sicurezza, per circa due ore. Qui Guram venne picchiato di nuovo, dopo essere stato percosso all'ingresso, e quindi mandato in carcere. Il referto medico con il quale arrivò alla Pulce era perciò precedente alle botte in cella di sicurezza». Per il difensore vi fu «un tentativo d’inquinamento delle prove da parte della questura». A tutto ciò ha assistito, impassibile, la madre del giovane pestato costituitasi parte civile con il figlio, tramite il legale Fulvio Orlando. Chiesta una provvisionale complessiva di 15mila euro «ma non è il denaro che cercano – dice Orlando – ma di ottenere giustizia». Il 19 maggio la sentenza.
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