la domenica
Il sindaco, gli anticorpi e il tritacarne reggiano
Stefano Scansani
Casa, lettera, moglie. Intervista a Luca Vecchi nel suo recinto familiare. «Pd o M5S non c’entrano. Il tema è tra chi è onesto e chi sceglie di delinquere»
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La casa comprata da un costruttore poi finito nell'inchiesta Aemilia. La lettera-avvertimento spedita da un carcerato accusato di associazione mafiosa. Sua moglie, già dirigente dell'Urbanistica, sulla quale aleggia l'insinuazione che abbia favorito qualcuno di laggiù che fa affari quassù. Non bisogna andare in Calabria per intuire il grande intrico. Tutto si raggruma a Reggio. Destabilizza Reggio. Già fare il sindaco è un mestiere difficile, ma qui ancora di più, in questa città al centro dell'Emilia e nel bel mezzo dell'attenzione del Paese. È vero Vecchi? Vecchi, si spieghi.
Nella mia intervista d'esordio al primo cittadino comincio dal recinto personale (casa, lettera, moglie) perché è lì che si conficca l'interrogativo della pubblica opinione e quello delle opposizioni, agguerrite. Non nomino la magistratura, perché non c'è indizio che abbia messo gli occhi su quelle che il sindaco definisce "illazioni".
Parto per piazza Prampolini, palazzo municipale, con una certezza che ossigena il nostro mestiere in tante fasi delicate e complesse. Credo che i lettori condividano con me che se non irrompe e s'apre il codice penale e il codice di procedura penale, deve però sussistere un codice morale e quindi un codice di procedura politica. Dalla Gazzetta - che è esattamente a metà strada dal Palazzo di Giustizia e dal municipio - raggiungo la sala della giunta con la precisa idea di chiedere alcune cose a Vecchi. Chiare, al servizio del codice politico. Non in risposta a un magistrato, ma ai cittadini-elettori. Quelli che Vecchi esprime sono concetti ripetuti, sussulti emotivi, repliche nette.
Esclude pacatamente tutto. In pratica ripete il titolo dell'intervista rilasciata a Massimo Sesena il 24 gennaio sulle ombre che s'allungavano sul palazzo: "Io e mia moglie incorruttibili". Rompo il ghiaccio con una domanda ambientale, spiazzante. Chiedo al sindaco qual è il soprammobile della sala giunta che preferisce. Inventario: targhe varie in plexiglass un po' tristi, ceramiche neorinascimentali troppo lucide, un presepe lustro, un rinoceronte di bronzo cesellato con tanti ghirigori. Gli consiglio il rinoceronte che pare indiano, dà un'idea muscolare di controffensiva. Vecchi risponde che si tratta di un omaggio fatto a Delrio e che, come il resto, è materiale ereditato dai predecessori. Poi ci pensa. Sceglie il presepe, regalo del sindaco di Betlemme, che sta sotto l'angelico gonfalone municipale di Reggio. Così con l'intervista parto in terza, dal recinto privato, che vien prima della politica. Paradossale, vero? Da qui parte l'intrico.
Sindaco, non va bene lasciare in fondo o fuori certe cose che la riguardano. Anzi, le metto in testa, considerando che è in corso il processo Aemilia. Ecco, ad esempio la casa, la sua casa, che lei e sua moglie avete comprato da una persona sottoposta a processo.
«Beh, intanto il processo non è in corso nei miei confronti. Questo è un dato oggettivo. Per quel che riguarda le vicende che in questi mesi hanno caratterizzato il dibattito pubblico ho sempre avuto un atteggiamento trasparente in virtù del ruolo che ricopro e del rapporto di fiducia che ho costruito con i cittadini. Mia moglie ha comprato casa quattro anni fa, da una persona che allora non conoscevamo. Insieme avevamo fatto tutte le verifiche amministrative, urbanistiche ed economiche. Poi questo venditore si è trovato coinvolto in un’inchiesta e quindi sarà sottoposto a processo. Con grande trasparenza ho dato puntualmente le risposte in consiglio comunale sulle modalità d’acquisto e sul prezzo, al di là di quello che può essere l’inevitabile scontro politico».
Altra storia è quella della lettera che ha ricevuto da un imprenditore edile imputato del processo Aemilia, in carcere.
«Quella della lettera è una brutta vicenda. È inquietante il fatto che un imputato che sta in carcere si rivolga a un sindaco, lo accusi di non difenderlo, quando quel sindaco e la sua amministrazione hanno perseguito un’azione di esproprio per gli abusi compiuti da quella persona. È stata una vicenda che mi ha riconsegnato un livello di vicinanza e solidarietà, ma anche scatenato un confronto politico alimentato con una montagna di illazioni. Io ho grande rispetto e senso delle istituzioni. La miglior risposta che si deve dare alle mafie che vogliono insediarsi nel nostro territorio è quella di produrre atti amministrativi - come stiamo facendo - ma è anche quella di mostrare l’unità e la solidità delle istituzioni. Perché non c’è una forza politica che ha la titolarità. Neanche il Pd. Neanche i Cinque stelle. Qui il tema è tra chi è onesto e chi sceglie di delinquere».
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E veniamo a sua moglie, Maria Sergio, negli anni passati dirigente all’Urbanistica, in Comune. Corre l’insinuazione che potrebbe aver favorito qualcuno…
«Mia moglie è un funzionario dello Stato, entrata in Comune per concorso. Ha sempre servito con correttezza la pubblica amministrazione. Ha scelto di cambiare lavoro quando io mi sono candidato sindaco. Ci appartiene il senso etico della cosa pubblica e della pubblica amministrazione. Mia moglie è stata sommersa da una montagna di illazioni. Ha spiegato pubblicamente tutto quanto e credo paghi un prezzo che dovrebbe far riflettere: quello di essere nata in un paese della Calabria, pur essendo da 46 anni - è la sua età - perfettamente inserita nel contesto di Reggio. Non conosco nessuna persona del suo paese d'origine con cui lei abbia frequentazioni. Mia moglie è figlia di una famiglia povera, immigrata alla fine degli anni Sessanta nella nostra città che gli ha dato un’opportunità di emancipazione e professionalità».
Sta dicendo che tutto è a posto? Che è colpa dei veleni, delle illazioni, del clima di sospetto?
«Il clima che si vuole creare in questa città va in direzione di una escalation conflittuale, lacerante, cioè al contrario della migliore tradizione civile e morale di Reggio».
Guardi che però l’altro soggetto con cui ha a che fare Reggio non la pensa esattamente così: alla mafia del civile e del morale non gliene importa nulla. E lei non tiri fuori la storia retorica degli anticorpi, per favore.
«Ripeto: noi gli anticorpi non li avevamo. Reggio era una città con un alto senso civico, un’alta cultura della legalità, impreparata a fare i conti col fenomeno dell’infiltrazione mafiosa. La città degli ultimi anni ha reagito, ha maturato consapevolezza, sta cambiando pelle anche per il modo di lavorare nelle pubbliche amministrazioni. Non credo che in Italia vi sia un’altra città con un protocollo sulla legalità in edilizia e urbanistica così invasivo come quello del nostro Comune. Stiamo per aggiornare anche il protocollo sugli appalti, e approntando uno sforzo per la piena operatività delle white list. E poi ci siamo adoperati perché il processo Aemilia rimanesse qui, e ci siamo costituiti parte civile, investiamo sulla cultura della legalità. Sono convinto che da questa esperienza Reggio uscirà più forte, riuscirà a contrastare e disarticolare l’insediamento mafioso. Senza farsi travolgere dai venti populisti del tempo in cui viviamo, e senza infilare tutto e tutti nel tritacarne».
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Penetrazione mafiosa. Ma per farlo la mafia ha avuto bisogno di un corpo da penetrare. Quindi, sindaco, la pubblica amministrazione, l’imprenditoria, la realtà della cooperazione si son fatte penetrare. Altroché sorpresa…
«In tutto il Nord ci sono le condizioni per il business economico-criminale che contraddistingue l’arrivo delle mafie. Indubbiamente da noi c’è stata una fase storica nella quale è stato sottovalutato il fenomeno dell’infiltrazione, che però non ricondurrei in senso stretto alla politica, ma in senso lato a tutta l’estensione della comunità. C’è da dire che almeno dal 2010 Reggio si è messa in moto per rispondere. Certi fenomeni non si scardinano in ventiquattro ore. Ci sono prefetti, De Miro e Ruberto, che hanno messo in campo tutte le contromisure, sono ricorsi alle interdittive. E noi siamo la generazione di amministratori che non ha fermato l’espansione urbanistica, ma che ne ha invertito la dinamica con nuovi significati, come la rigenerazione urbana e la tutela del territorio agricolo. Io ho cancellato 150 ettari edificabili, 20mila metri quadrati di superfici commerciali».
Chi manca all’appello?
«C'è bisogno che lo stesso mondo economico partecipi, perché nel mirino ci sono sempre e soltanto la politica e il mondo istituzionale. L’Inchiesta Aemilia infatti conferma che la tipologia dei reati è economica: false fatturazioni, riciclaggio, usura, scatole cinesi, recupero crediti, prestanome, sostanzialmente basso tasso di infiltrazione istituzionale e politica. Non è che voglio chiamarmi fuori, bensì indicare quali sono stati gli ambiti a più alto tasso di permeabilità. Sì, ha ragione, per penetrare serve un corpo che si lascia penetrare. Quella fase c’è stata, fatta di impreparazione e inconsapevolezza. Ora siamo nella fase del combattimento che continuerà anche dopo il processo».
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Nel quale è stato assolto il consigliere comunale reggiano Pagliani.
«Il consigliere Pagliani è stato in carcere, poi è stato scarcerato, è stato processato e mandato assolto. È un cittadino assolto dallo stato di diritto. Per me vale questo. Lo dico anche in virtù delle polemiche. E credo che questo sia il modo col quale avere fiducia nella magistratura e nella capacità dell'Italia di generare giustizia».
Parliamo di prospettive. Reggio è nel mezzo della regione Emilia Romagna, non solo in senso geografico. Ha trovato una sua dimensione effervescente. Qual è la città del futuro prossimo che lei immagina?
«Reggio, come tutte le città italiane, a un certo punto ha incrociato la crisi, ha attraversato alcuni anni difficili, anche da noi si è avvertita la disoccupazione, la crescita della fragilità sociale. Ora siamo in una fase nella quale la rotta si è invertita. Sì, siamo al centro della regione. Ciò è politicamente vero, possiamo candidarci a essere al centro della via Emilia, senza smanie di onnipotenza o soggezione di qualsiasi altro centro urbano. Vogliamo un approccio non competitivo, ma cooperativo con le altre città per costruire una strategia di Area Vasta».
Per Reggio questo è il momento della mutazione.
«Sì, è un momento di passaggio fra un modello di sviluppo tradizionale in declino ad ambiti come la meccatronica i servizi, l’agroalimentare a fortissima propensione innovativa. Dobbiamo configurare il nuovo modello di sviluppo di questa città. Perciò presto inviterò tutti gli attori economici, a partire dagli industriali, per condividere le scelte da fare per i prossimi anni».
E quale ruolo immagina per la nostra città, con quali risorse?
«Abbiamo sbloccato oltre 300 milioni di euro di investimenti pubblici. Sono progetti da appaltare, e progetti già in larga parte completati. Stiamo in questi giorni approvando un bilancio che conferma i servizi e non incrementa le tasse. Reggio deve investire su un'economia fortemente orientata all'innovazione, sull'alta formazione del capitale umano, sui servizi, sulla terziarizzazione, sulla cultura e sulla creatività. Tutto deve andare di pari passo con l'innovazione sociale. Reggio può candidarsi ad avere un ruolo di capitale italiana. Qui coniughiamo il protagonismo civico dei cittadini con il welfare di comunità, l’innovazione economica e quella sociale e la creatività. E col venti per cento di immigrazione con oltre cento nazionalità rappresentate, Reggio è ormai una città media europea».
s.scansani@gazzettareggio.it
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