«Con 9 milioni di euro si può fare di più»
Cavalletti (Cisl): la Dimora d’Abramo, con i fondi a disposizione, dovrebbe andare oltre la prima accoglienza dei profughi
REGGIO EMILIA. «I rifugiati potrebbero andare nelle scuole, nei centri sociali e nei luoghi pubblici per raccontare la loro storia e l’odissea vissuta per arrivare fin qui. Così come potrebbero fare volontariato non solo in modo sporadico». Loris Cavalletti, sindacalista Cisl che da anni si interessa all’accoglienza (ha svolto anche una esperienza di volontariato a El Salvador, in Centro America), interviene sul dibattito intorno a costi (per i 750 stranieri in attesa di visto si spende circa 9 milioni di euro all’anno, fondi statali e Ue) e modalità di gestione dei migranti dopo la protesta della pasta scotta. «Alla Dimora di Abramo occorre dire grazie: non ci sono state tensioni né problemi di ordine pubblico. Semmai, se devo sollevare un appunto al loro operato, è che le cooperative sono chiuse in sé stesse: dovrebbero essere più aperte al territorio e creare sinergie», prosegue Cavalletti. Osserviamo che compito della cordata di coop capitanata dalla Dimora, che ha vinto l’appalto della prefettura, è proprio occuparsi esclusivamente del periodo temporaneo in attesa del visto.
«E’ proprio questo il punto: nove milioni non è una cifra trascurabile, occorre andare oltre la prima accoglienza, bisogna vedere questi giovani come una risorsa, non preoccuparsi solo che arrechino il minor disturbo possibile - replica Cavalletti - anche perché il quadro geopolitico sta cambiando: conosco molti immigrati, un tempo era una presenza di transizione, ma ora con la chiusura delle frontiere molti di quelli diretti in Nord Europa saranno costretti a rimanere qui. Sta cambiando lo scenario mondiale: Reggio ha tante esperienze di aiuto in Africa e una tradizione di interessamento allo sviluppo ma occorre avere un occhio più lungo».
Come inserire questa marea umana? Secondo Cavalletti, «è giunto il tempo che la nostra città faccia una politica di integrazione seria, che superi il manicheismo del “calcio in culo” o del falso buonismo». Per Cavalletti, la ricetta per mettere a frutto l’anno e mezzo di limbo in attesa della burocrazia passa attraverso alcuni passaggi obbligati: «Il primo step è imparare l’italiano; secondo, farsi conoscere, magari organizzando momenti di incontro nelle scuole o nei circoli; terzo, verificare quali sono gli spazi lavorativi e approntare appositi corsi di formazione che non si limitino a brevissime esperienze di volontariato». Insomma si potrebbe fare di più, «mettendo al centro le persone, come ha detto papa Bergoglio. La questione è come questa presenza può essere utile per noi e per loro». Per Cavalletti «l’idea di mandarli indietro con dei soldi non è la soluzione; ovvio che l’optimum sarebbe far crescere i loro Paesi». Ma, se l’Europa e l’Italia latitano nel trovare una soluzione all’esplosione demografica dell’Africa, non è detto che gli enti locali si debbano allineare sulle «condizioni date» del vicesindaco Sassi. «L’immigrazione è la macrosfida del futuro: bisogna prepararsi, anche a livello locale. Serve una volontà politica vera e il coinvolgimento di sindacati, associazionismo e realtà economiche».
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