Gazzetta di Reggio

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«Rivoluzione digitale in corso un’opportunità per le donne»

di Chiara Cabassa
«Rivoluzione digitale in corso un’opportunità per le donne»

Intervista a Liuba Soncini, project manager della giornata di formazione al Centro Malaguzzi «Tra condizionamenti sociali e scarsa stima nelle proprie competenze, si rischia l’autoesclusione»

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REGGIO EMILIA. Se il futuro è digitale allora anche le donne devono farne parte. Da questa convinzione nasce “Donne digitali”, giornata d’incontro e formazione sulla cultura digitale in programma giovedì 7 maggio al Centro Internazionale Loris Malaguzzi. Ad organizzare l’evento Ewmd (network europeo che pronuove, sviluppa e sostiene la formazione professionale delle donne). Ne abbiamo parlato con Liuba Soncini, webcoah di Ewmd Reggio-Moena e project manager di “Donne digitali”.

Ma davvero la tecnologia, nell'immaginario collettivo, è “roba da uomini”?

«La tecnologia è entrata a far parte delle nostre vite in maniera dirompente e rapida. Non ci ha lasciato il tempo di assorbire e accettare il cambiamento. La società è stata così suddivisa tra alfabetizzati e non digitali. A questo aspetto poi va aggiunto il condizionamento sociale e culturale che allontana storicamente le donne dalle materie scientifiche e tecnologiche. Mai come in questo caso gli stereotipi sono duri a morire; difficile trovare una famiglia che incoraggi una ragazzina a scegliere studi informatici o a fare l'ingegnere. Nell'immaginario collettivo si pensa ancora che questo tipo di professioni non sia conciliabile con l'accudimento della famiglia, concepito nel nostro paese come il compito primario di qualsiasi donna».

Siamo qui a parlare di digital gender divide: sulla differenza di genere pesano più i pregiudizi culturali, i preconcetti sociologici, la cecità delle imprese (e delle istituzioni) o magari anche una certa "timidezza" delle donne a calpestare territori considerati prettamente maschili?

«Da una parte occorre affrontare il problema del digital divide. C'è la necessità di alfabetizzare un paese in cui ancora oggi 4 persone su 10 non usano Internet. La sensazione è che la scarsa digitalizzazione derivi anche dalla diffidenza delle persone verso nuovi strumenti. Un timore che ha tante radici: un linguaggio nuovo e sconosciuto, i rischi veri o presunti amplificati dai media, la mancanza di strumenti per conoscere e di competenze strutturali per utilizzare la tecnologia, l'analfabetismo funzionale. Non è un caso sentir parlare oggi del maestro Manzi: così come la sua presenza in televisione fu fondamentale per alfabetizzare una nazione in pieno boom economico, anche oggi c'è la necessità di un Maestro Manzi 2.0 per portare nelle case una nuova alfabetizzazione e creare nuove competenze e professionalità.

Quanto al tema del digital divide di genere è strategico, soprattutto da un punto di vista economico. Non a caso, in questi giorni, Mark Zuckerberg ha scritto sul suo profilo Facebook che negli Stati Uniti ci sono oggi 500.000 posizioni lavorative disponibili nel settore informatico, ma le università producono soltanto 50.000 laureati in scienze informatiche all'anno. Questo semplice dato, applicabile a qualsiasi paese occidentale, ci mette di fronte al fatto che il settore tecnologico produrrà nei prossimi anni molti posti di lavoro. Per questo dobbiamo lavorare sulle donne. Tra condizionamenti familiari e sociali e la scarsa stima nelle proprie competenze, le donne si stanno escludendo dalle professioni Ict. L'Information and Communication Technology (tecnologie dell’informazione e della comunicazione) sta riconfigurando infatti la nostra società: le donne devono fare parte di questo processo innovativo per ridurre il gap culturale ed economico che ancora esiste. Il settore è in grande sviluppo e produrrà nei prossimi anni tanti posti di lavoro. Il rischio è che manchino proprio figure professionali che richiedono competenze prettamente femminili: l'obiettivo è trasformare il divario esistente in una opportunità. Dalla ricerca “Getting to Equal” di Accenture emerge che la cosiddetta Digital Fluency è l'accelerante economico: “se i governi e le imprese raddoppiassero il ritmo con cui le donne diventano digitalizzate, potremmo raggiungere la parità di genere sul lavoro entro il 2040 nei paesi sviluppati e entro il 2060 nei paesi in via di sviluppo”.

Che fare, dal punto di vista istituzionale ma non solo, per recuperare un divario che oltre a penalizzare le donne finisce per danneggiare un intero sistema a partire dal fattore economico e sociale?

«E' chiaro che per superare il digital divide di genere occorre lavorare su più fronti. A partire dalle giovani generazioni. Bisogna lavorare affinché le famiglie siano portatrici di valori di parità e abbattere gli stereotipi classici tra maschi e femmine. Non a caso le grandi aziende di giocattoli stanno già lanciando nuove linee di prodotti che vanno in questa direzione (come dire, il business arriva prima delle istituzioni). Altro ambito fondamentale è sicuramente la scuola: occorre integrare la tecnologia come strumento per migliorare la didattica, ma soprattutto occorre introdurre nuove discipline come il coding. L'introduzione della programmazione consente non solo di acquisire nuove competenze tecniche ma anche nuove competenze cognitive su come affrontare e risolvere i problemi. Dunque l'apprendimento fondato non solo sul “cosa” e sul “come” ma anche e soprattutto sul “perché”. Il coding sta alla nuova scuola come il greco stava alla scuola di quarant'anni fa. Ma non possiamo abbandonare al loro destino le donne adulte. Dobbiamo contribuire a progettare un nuovo modo di lavorare. La tecnologia consente ormai di lavorare in qualsiasi luogo e situazione. L'organizzazione aziendale odierna, così come la conosciamo e viviamo, ha origine dall'organizzazione militare: il modello è perciò l'esercito. Efficiente forse, non sempre, ma ormai esiste un altro modello possibile. Parlare di smartworking e diversity management vuol dire mettere le donne nelle condizioni di conciliare lavoro e famiglia e quindi di poter intraprendere anche una carriera professionale, vuol dire ripensare le modalità retributive che a tutt'oggi vedono le donne penalizzate e pagate molto meno degli uomini a parità di mansione e livello».

Le donne hanno dimostrato di portare un “valore aggiunto” in molti settori. Qual è il “valore aggiunto” di cui potrebbero farsi portatrici le donne digitali?

«Lo scenario che si apre con la riduzione del digital divide di genere è molto interessante. Sempre secondo la ricerca di Accenture “possedere competenze digitali influisce positivamente su tutto il ciclo della carriera lavorativa e l'effetto avvantaggia le donne più degli uomini”. Il contributo di competenze femminili è sottolineato da tutti gli addetti ai lavori. Rispetto agli uomini, alle donne vengono riconosciute maggiori attitudini complementari, le cosiddette soft skills: problem solving, multitasking, creatività, collaborazione e teamworking, gestione dei rapporti interpersonali, flessibilità e pragmatismo».

Quali gli obiettivi di questa imminente giornata d’incontro e formazione sulla cultura digitale?

«La prima edizione di “Donne Digitali” è stata realizzata a Modena nel 2015. Il riscontro positivo avuto da questo evento ci ha fatto capire che avevamo intercettato un'esigenza latente delle donne: la necessità di avere momenti di formazione sulla cultura digitale che consentisse loro di portare a casa quella che amiamo definire la “cassetta degli attrezzi” con strumenti e competenze da utilizzare nella quotidianità. Siamo a Reggio con la seconda edizione perché crediamo che Donne Digitali si debba replicare ovunque e tanto più in un luogo così denso di significato come il Centro Malaguzzi: il tempio della alla formazione per i più piccoli ma anche, in questo caso, per i più grandi».

Cosa consiglierebbe a una ragazza che vuole intraprendere oggi una carriera nella tecnologia e non ha molti modelli nei quali specchiarsi?

«A questa domanda vorrei rispondere con le parole di Neelie Kroes, ex-commissario europeo per l'agenda digitale, che ha dichiarato che “entro il 2020 si creeranno circa 900.000 posti di lavoro scoperti in Europa in ambito digitale”, a causa della mancanza di preparazione dei giovani in materia, aggiungendo che almeno la metà noi donne “ce li dobbiamo andare a prendere!”. La ricerca Accenture mette in evidenza che le competenze digitali aiutano il progresso verso l'uguaglianza sul posto di lavoro, perché consentono una migliore gestione del tempo e della produttività, creando opportunità per le donne imprenditrici e per quelle che stanno considerando o hanno la necessità di ritornare a lavorare».

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