Gazzetta di Reggio

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«Caso Sergio. Il sindaco ora deve spiegare»

Elisa Pederzoli
«Caso Sergio. Il sindaco ora deve spiegare»

Intervista al vice presidente della Commissione parlamentare antimafia. Sul rapporto dei servizi sull’edilizia dice: «Non basta dire che la moglie non è indagata»

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REGGIO EMILIA. Il primo Comune emiliano sciolto per mafia, il più grande processo di ’ndrangheta, la diagnosi - firmata dal procuratore nazionale antimafia in persona – non solo dell’infiltrazione malavitosa, ma del radicamento, della colonizzazione della cosca di Cutro in terra emiliana. C’è (anche) tutto questo nel ritratto che oggi tocca fare di Reggio Emilia e del suo territorio. Una fotografia spietata con la quale tocca fare i conti e della quale, ieri, abbiamo parlato con il vice presidente della Commissione parlamentare antimafia, Claudio Fava, in città per partecipare a due appuntamenti pubblici.
 
Vice presidente, per il Comune di Brescello infine è arrivato lo scioglimento per mafia. Lei fu tra i primi a chiedere la destituzione di Coffrini, scrivendo al presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
«E’ un fatto importante. È la conferma della pervasività criminale, che non ha problemi geografici, ma si muove seguendo il flusso dei denari. Seconda cosa importante: lo scioglimento conferma la sottovalutazione che c’è stata da parte della politica. Ne abbiamo esempi abbondanti dalla famiglia Coffrini, rispetto ai Grande Aracri».
 
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La comunità brescellese, però, è in difficoltà. Avverte la decisione presa da Roma come un’ingiustizia.
«È un errore e un’ingenuità. Quello che è venuto fuori non sono solo una serie di dichiarazioni abbastanza bislacche e inopportune da parte del sindaco, ma anche una serie di riscontri che la commissione prefettizia ha trovato tra le carte del Comune: interventi urbanistici sospetti, le firme dei Grande Aracri a sostegno della candidatura di Coffrini, la loro presenza in tutto l’arco di questi anni. Ci sembra che le ragioni per cui avevamo chiesto un’attenzione particolare fossero tutte legittime. Gli indizi c’erano stati ed erano stati tutti sottovalutati.
Alla fine questo si paga. Bisogna considerare la presenza di organizzazioni criminali che non si pongono il problema di non superare i limiti dei territori di origine. Il problema è che la politica deve arrivare prima dei processi e l’attenzione dell’opinione pubblica non può aspettare che ci sia la cartina tornasole di una sentenza per scoprire cosa rappresenta la famiglia Grande Aracri nell’economia di quel territorio. E un lusso che non si può permettere più nessuno».
 
Si è ripetuto spesso che non vi fossero gli strumenti per capire. Che l’Emilia fosse dotata di anticorpi.
«È l’idea che ci sia da una parte un’impermeabilità, per definizione, ma così purtroppo non è. Dall’altra, c’è anche una cosa che va detta: si sono creati anche rapporti di convenienza tra imprenditori locali e l’organizzazione criminale. Alla fine, far lavorare in subappalto imprese legate alla ’ndrangheta vuol dire far lavorare sottocosto, in nero; vuol dire avere strumenti di pressione utili per vincere alcune gare d’appalto. C’è chi ha capito che avere rapporti di cordiale cooperazione con la criminalità organizzata ha anche i suoi punti di convenienza. Il mito dell’innocenza di un territorio va rivisto e superato. Gli anticorpi? Vanno nutriti».
 
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Parliamo dell’inchiesta Aemilia. Pochi giorni fa, sono arrivate le prime sentenze, nel processo in abbreviato di Bologna. Bisogna attendere le motivazioni, ma si può dire che il verdetto, con l’assoluzione di Giuseppe Pagliani (Forza Italia), di fatto ha emesso un’assoluzione per la politica.
«L’ha assolta da un’accusa molto grave di concorso esterno in associazione mafiosa. Ma al di là di una questione giudiziaria, c’è comunque una questione morale, che non può essere delegata soltanto alle sentenze. Ci sono stati e ci sono spesso rapporti di commistione, di tolleranza che non si manifestano in un comportamento penalmente rilevante, ma sono rilevanti dal punto di vista morale. È questo il punto. L’idea che la sentenza sia l’unico strumento per giudicare un comportamento, vale dal punto di vista del Codice penale, ma non dal punto di vista dell’opportunità politica. Faccio l’esempio dell’ex sindaco Coffrini padre che è emerso essere stato legale di fiducia della famiglia Grande Aracri. Dice: “Nulla osta, facevo il mio mestiere di avvocato”. Però lo faceva in un tempo in cui era anche sindaco di paese. Al di là che le forme e le norme della legge vengano rispettate rigorosamente, la politica deve porsi o no un problema di opportunità di fronte a taluni comportamenti? Deve porsi o no il problema un sindaco di andare a fare campagna elettorale in Calabria? Un punto di domanda che non ha a che fare con il Codice penale, ma con un codice non scritto ma ugualmente importante. Qui interviene il principio di opportunità. Se tu vuoi essere libero nell’esercizio del tuo mandato elettorale, devi essere libero di non stringere alcune mani in campagna elettorale, di rifiutare alcuni inviti, altrimenti lo sarai meno dopo. È un passaggio stretto, complicato che sfugge a tanti. L’inchiesta su Mafia Capitale racconta questo: racconta di tanti convinti che fare campagna elettorale a fianco di Buzzi fosse una cosa tutto sommato inoffensiva, ma poi si sono presentati all’incasso. Gli appalti dovevano passare per le cooperative di Buzzi. Non è che le cene elettorali erano soltanto per amicizia».
 
C’è anche un caso Reggio Emilia: la casa del sindaco comprata da un imprenditore ora imputato in Aemilia, la lettera di Pasquale Brescia al sindaco...
«La Commissione antimafia non si è mai occupata in modo diretto di Reggio Emilia. Posso, però, dare una valutazione sul piano personale. Credo che occorra pretendere il massimo della chiarezza sui comportamenti che ci sono stati. Se c’è un rapporto dell’Aisi, di polizia (il riferimento è al documento su Maria Sergio, moglie del sindaco, finito sui giornali nei giorni scorsi ndr) che parla di comportamenti di dubbia opportunità e possibili favori ad aziende legate alla ’ndrangheta credo che non si possa rispondere soltanto: “Non sono in corso indagini, nessuno risulta indagato”. È un fatto, bene. Qui nessuno chiede dimissioni, ma la richiesta è di verità sui comportamenti, sui rapporti politici, su verità e reticenze. Credo sia una pretesa legittima. La risposta a ciò che io come altri ho visto sui giornali, all’esistenza di questi rapporti, alle preoccupazioni di un questore, non può essere che non ci sono indagati. Non mi basta».
 
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Come deve essere?
«Deve entrare nel merito delle vicende che sono indicate in quei rapporti. E mi sembra che lo siano in modo abbastanza dettagliato. Dire “non c’è nessun indagato” è un modo di tirarsi fuori dall’esistenza, di dare spiegazioni. Ma queste non vanno date solo alla magistratura, ma alla comunità dei cittadini, all’opinione pubblica. E sono spiegazioni altrettanto importanti».
Il M5S ha chiesto che il sindaco Luca Vecchi e i suoi predecessori vengano sentito in Commissione antimafia.
 
Che ne pensa?
«La richiesta era stata avanzata riguardo la prima vicenda, quella dell’acquisto della casa. Io sto alla buona fede del sindaco che dice che non sapeva. Mi basta. Credo invece che Vecchi potrebbe essere sentito perché è sindaco di una città che da una parte rappresenta una tradizione democratica molto alta e forte, dall’altra per le cose che ci raccontano il rapporto di Roberti (procuratore nazionale antimafia, ndr) e il processo: è uno dei bottini di guerra che la ’ndrangheta vorrebbe rivendicare. Allora, vorrei capire dai sindaci emiliani e lombardi come ci si attrezza, che insegnamento se ne trae, che cosa vuol dire anche per la città di Reggio Emilia lo scioglimento di Brescello, di fronte a comportamenti penalmente non rilevanti ma che tutti insieme rappresentano il complesso condizionamento all’attività amministrativa. Il sindaco di Reggio Emilia io lo ascolterei perché ha il dovere di farci capire che cosa è accaduto negli ultimi vent’anni e perché non ce ne siamo accorti. Come è stato possibile che prima del processo nessuno avesse mai dubitato sull’integrità di questo territorio».
 
In questi giorni, è iniziato il dibattimento di Aemilia. La città ha voluto fortemente che il processo restasse a Reggio.
«Assolutamente importante. Abbiamo l’esperienza di due processi a Cosa nostra che per ragioni di legittima suspicione vennero mandati altrove, uno a Catanzaro e uno a Bari negli anni Settanta. Entrambi furono una sconfitta civile per la Sicilia e per la giustizia, finirono con una raffica di assoluzioni per insufficienza di prove. Il primo punto a favore della Sicilia nella lotta contro le mafie si ebbe quando a Palermo venne celebrato un processo con una giuria popolare di palermitani. E’ importante che questo processo sia rimasto a Reggio Emilia».
 
La Commissione parlamentare antimafia nel 2015 si riunì in Emilia. E’ possibile che si ripeta?
«Non è all’ordine del giorno e in Italia accadono molte altre cose, il calendario è pieno. Ma si lavora non solo con la Commissione che si sposta, ma anche guardando i materiali e sentendo le persone a Roma».
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