Dimora, si avvicina il confronto sui conti
E’ fissata per il prossimo 20 maggio l’assemblea dei soci della della cooperativa sociale che gestisce l’accoglienza
REGGIO EMILIA. L’appuntamento è già in calendario per il prossimo 20 maggio.
Per quella data è in programma l’assemblea della Dimora d’Abramo, la cooperativa sociale che gestisce l’accoglienza degli oltre 700 richiedenti asilo attualmente ospitati nella nostra provicia.
E al di là di quella che è stata definita “la rivolta della pasta”, con una trentina di pakistani che nei giorni scorsi hanno marciato sulla questura per protestare contro la monotonia dei pasti serviti loro alla mensa, l’assemblea della cooperativa si annuncia già ora infuocata per quello che - anche quest’anno - sembra essere il vero nodo: come vengono effettivamente spesi i soldi che la cooperativa riceve dallo Stato per gestire e organizzare l’accoglienza di queste persone, almeno fino a quando queste mantengono lo status di richiedente asilo.
Al netto del sentire comune che sui social ma anche per le strade e nei bar cittadini ha subito reagito a questa incomprensibile rivolta, senza nemmeno passare per gli istinti più bassi intrisi di razzismo e xenofobia, si capisce che il nodo vero è quello dei soldi.
Calcolando che un rifugiato attende in media un anno e mezzo prima di vedersi riconoscere (con il rilascio di un permesso di soggiorno) o no (con il rimpatrio) il proprio status di persona che fugge da conflitti, la cifra che la Coop sociale riceve è vicina ai 13 milioni di euro. In un anno, fanno 9 milioni. E sul come vengono spesi questi soldi a Reggio Emilia si sono già espressi, palesando tutte le loro perplessità, la Cisl (il sindacato tradizionalmente più vicino al volontariato di matrice cattolica) e addirittura don Giuseppe Dossetti, fondatore del Ceis, uno dei soci della Dimora d’Abramo: «Se con questi soldi - ha detto il parroco di San Pellegrino - non siamo capaci di fornire a queste persone qualcosa di più di un letto e un giaciglio, allora tanto vale che diamo loro 5mila euro e li rispediamo da dove sono venuti».
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