L’Inps pretende i soldi del fratello morto
Per l’istituto l’invalido aveva lavorato da pensionato e doveva 15mila euro. Per l’anziana sorella 2 anni di battaglia
REGGIO EMILIA. Un’odissea. E’ questo che viene in mente ascoltando la storia della signora Bottazzi - 84 anni - e della battaglia contro il muro di gomma della burocrazia contro il quale si è trovata a combattere per due anni.
Tutto ha inizio nell’ottobre del 2014 quando l’anziana, un giorno, riceve dall’Inps una lettera raccomanda. Dentro un bollettino per un importo decisamente importante da pagare: 15.178,30 euro. A tanto ammonterebbe la cifra «non spettante» che il fratello avrebbe percepito e che l’istituto di previdenza reclama da lei.
Un fulmine a ciel sereno per l’anziana donna. Il fratello, a quella data, è morto già da 8 anni. E anche quelle che la missiva indica come ragioni per quella somma di pensione «ingiustamente» percepita appaiono del tutto infondate. L’Inps, infatti, sostiene che nel periodo dal 1° maggio del 2000 al 31 gennaio del 2002 il fratello avrebbe lavorato. Percependo dunque redditi che avrebbero dovuto comportare una riduzione della pensione che in quel periodo percepì. Non solo: secondo lo scrivente venne corrisposta anche una «prestazione di invalidità non spettante».
«Impossibile - spiega l’avvocato Ernesto D’Andrea, che ha seguito la famiglia nella battaglia contro l’Inps - a quella data il fratello della mia assistita non solo aveva già ottant’anni, ma era su di una sedie a rotelle e viveva in casa di riposo». L’anziana, accompagnata dalla figlia, ha provveduto subito a comunicare allo sportello Inps di Reggio Emilia tutto questo. Per sentirsi rispondere che, allora, avrebbe dovuto fornire documentazione, firmata dalla casa di cura stessa, per provare che il fratello era ricoverato al tempo in cui, per l’Inps invece, aveva lavorato.
Tutto risolto? Macchè. Qualche mese dopo aver corrisposto le certificazioni richieste - firmate da Reggio Emilia Rete Terza Età che gestisce la casa di riposo in cui l’uomo morì nel 2006 - ecco arrivare all’indirizzo dell’84enne una nuova missiva dell’Inps. In cui ancora viene chiesto il pagamento di quei 15mila euro e rotti relativi alla pensione del fratello. Di nuovo, con tanto di bollettini. Rateizzati.
Madre e figlia, a quel punto, sono costrette a mettersi nelle mani di un avvocato. Come estrema iniziativa, si rivolgono a un avvocato per definire la rinuncia all’eredità del fratello morto. Eredità, per altro, che neppure esiste perchè l’anziano non ha lasciato alcun bene, né mobile né immobile. Ma la sorella spera almeno così che tutto finisca.
Ma la controparte non molla. «Periodicamente, la stessa insistente missiva con la richiesta di pagamento continua a giungere all’indirizzo della donna che non sa più cosa fare» racconta D’Andrea.
E’all’inizio del 2016 che, madre e figlia, si rivolgono all’avvocato D’Andrea, il quale fa partire una e-mail certificata all’Inps dove non solo chiede di smettere di chiedere la somma non dovuta, ma si dice pronto a una denuncia alla procura della Repubblica contro il comportamento assunto dall’Inps. E finalmente, arriva la risposta attesa che la somma non è dovuta. «Vanno bene gli accertamenti, ma quando viene fornita la prova che non si deve pagare non si può costringere una persona a rivolgersi a un avvocato. In Italia questi meccanismi devono essere rivisti» conclude l’avvocato D’Andrea.
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