Gazzetta di Reggio

Reggio

L’università riabbraccia la ragazza ferita in Spagna

di Stefano Totaro
L’università riabbraccia la ragazza ferita in Spagna

Reggio e Modena si stringono alla studentessa correggese Laura Ferrari «Ho percepito la morte, si deve fare qualcosa per evitare vittime della strada»

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CORREGGIO. Era come se giocasse in casa. Nonostante le tante autorità, nonostante fosse attorniata da microfoni, telecamere, da tanti sconosciuti che erano lì per vedere e ascoltare, per carpire qualche segreto del suo grande dramma, Laura era circondata da un grande abbraccio.

Fisicamente quello di mamma e papà, del gruppetto di amici che non l’hanno mai abbandonata, anche quando era in ospedale a Barcellona e il telefono cellulare diventava bollente, e l’affetto si percepiva ed era fortissimo, c’era l’abbraccio della grande comunità modenese, non solo gli amici, la parrocchia, gli scout, ma anche tutti gli studenti di Giurisprudenza, in tanti giovani che ogni hanno intraprendono l’avventura studentesca dell’Erasmus, i tanti cittadini che hanno seguito sin dal 21 marzo, la data dell’incidente in Spagna, la storia del bus, con i tanti ragazzi deceduti, la storia della correggese Laura Ferrari, che a 23 anni lottava per restare in vita.

Ieri al Policlinico di Modena, più che un incontro con la stampa è andato in scena questo: un grande abbraccio, con momenti di commozione, con applausi, quasi fosse una famiglia che si riuniva, e non era solo quella della studentessa.

Per questo la ragazza era sorridente, spigliata, ovviamente affaticata ma determinata nel presentarsi, lucida nel raccontare e dolce nel ringraziare «tutte quelle persone che in un momento così terribile, durato in pratica una cinquantina di giorni, non mi hanno mai lasciato da sola».

Laura Ferrari, con un elegante turbante turchese sul capo, ha anche ripercorso tutto il suo dramma: la gita a Valencia, il pullman che rientra di notte, il mezzo che si inclina e poi si rovescia strisciando sulla strada, le botte al capo, la sua pelle che viene come grattata via dalla testa, dalla nuca, dalla schiena, le ossa del cranio che si rompono, le sue due amiche che la soccorrono togliendola dalle lamiere e dagli altri ragazzi deceduti. «Ero in ambulanza, sentivo che stavo perdendo conoscenza. Dentro di me mi dicevo che sì, avevo avuto tanto, che attorno a me avevo avuto persone meravigliose, ma non volevo scomparire, non volevo che finisse qui, a soli 23 anni. C’era ancora tanto altro... Ho percepito la morte, il senso della fine. E poi mi sono svegliata, ho visto mamma e papà, in ospedale a Barcellona. E poi ho pensato agli altri ragazzi, a tutti quelli che muoiono in strada, così, per un incidente e che se ne vanno e che non ci sono più. Bisogna fare qualcosa, bisogna che ci sia più sicurezza e cultura della sicurezza. Ho passato momenti di dolore acuto, so che non è ancora finita ma so che esistono persone che ci sono e ci saranno sempre, dei fondamentali che mi porterò dentro per tutta la vita».

Accanto a lei la mamma Annunziata e il papà Riccardo, che su un foglietto si era segnato tutte le persone che voleva ringraziare, dal console italiano al direttore di Giurisprudenza Foffani al presidente della Regione Bonaccini, al sindaco Muzzarelli, oltre ovviamente al rettore Angrisano e al direttore generale del Policlinico Trenti, nonché all’assessore regionale Venturi.

«Tutte persone – ha detto il papà commovendosi – che non ci hanno mai lasciato, insomma come di famiglia, dei parenti...». Un grande applauso, poi Laura si stringe ai suoi amici, come prima, più di prima. «Ora torno a curarmi, alla mia nuova vita normale».

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