Abusi, condanna confermata a Pino
La Cassazione rimanda però il processo in Appello per il ricalcolo delle attenuanti. La parte civile: «Credute le bambine»
ROMA. Condanna confermata, nella notte, in Cassazione per l’educatore-attore 42enne Pino La Monica, accusato di abusi su nove minorenni partecipanti negli anni 2007-2008 ai suoi corsi di teatro (la più piccola aveva nove anni) e detenzione di 399 immagini pedopornografiche nei suoi tre computer.
Ma sulla pena la Suprema Corte ha rinviato il processo in Appello per il ricalcolo delle attenuanti generiche (ritenute in secondo grado equivalenti alle aggravanti) il che significa un probabile ulteriore sconto di pena.
In Appello la pena era stata ridotta di un anno e mezzo (fissando la condanna a 8 anni e 3 mesi di reclusione). Fra 7-8 mesi l’ulteriore passaggio in Appello. Confermate ieri le provvisionali di 20mila euro per ciascuna delle tre parti civili. «Le bambine sono state credute» si limita a dire l’avvocato di parte civile Marco Scarpati. Anche ieri alla Suprema Corte non sono mancati momenti di tensione fra la difesa (l’avvocatessa Antonella Crippa) e il legale che tutela le tre parti civili. La Monica – pur presente, accompagnato dalla sorella e da un amico – non ha poi partecipato al processo. La difesa aveva chiesto di poter parlare per alcune ore, ma i giudici di Cassazione hanno concesso un’ora, usata comunque fino in fondo spaziando su molti argomenti, in primis sostenendo che le bambine accusatrici non erano credibili.
Infine l’accusa di una sorta di complotto “orchestrato” dal pm Maria Rita Pantani (titolare dell’inchiesta svolta a Reggio, Correggio e Quattro Castella cioè nei luoghi dove si erano tenuti i corsi di teatro “incriminati”), dal luogotenente Roberto Cesi (che sviluppò le indagini dei carabinieri) e dall’avvocato di parte civile Marco Scarpati. Un complotto, secondo la difesa, ordito «per bloccare la carriera politica di La Monica». L’educatore-attore ha sempre sostenuto con forza la sua innocenza, puntando il dito contro «una psicosi collettiva montata a dismisura», con l’appoggio di diverse persone poi riunitesi nel comitato “Insieme per Pino”.
Dure le considerazioni – a fine 2014 – messe nero su bianco da giudici nella sentenza d’appello: «La Monica non solo ha dato libero e sistematico sfogo alle sue pulsioni pedofile, ma ha fatto ciò tradendo la fiducia, non solo delle minori, ma anche dei genitori e delle istituzioni che gliele avevano affidate».
Anche sul copioso materiale pedopornografico la sentenza d’appello era rimasta sul tracciato di quella di primo grado, facendo riferimento alla cancellazione dei file poi individuati dalla polizia postale: «Cancellazione che si spiegava chiaramente con una volontà di fare sparire le tracce della propria perversione».
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