Infermieri di famiglia, svolta nella sanità
Il futuro della professione. Orienna Malvoni (Ipasvi): «Le richieste sono in continua crescita»
REGGIO EMILIA. Il futuro della professione infermieristica si chiama infermiere di famiglia. Lo dichiara Orienna Malvoni, presidente del collegio provinciale Ipasvi (acronimo di infermieri professionali assistenti sanitari vigilatrice d’infanzia), che raccoglie 4000 infermieri solo nella provincia reggiana (su 400mila in tutta Italia). In occasione della Giornata Mondiale dell’Infermiere, l’Ipasvi - ente pubblico a tutela del cittadino che appronta corsi di formazione molto frequentati, nella sede della Casa dell’Infermiere di via Montefiorino - ha organizzato un convegno aperto alla cittadinanza dal titolo “Le cure mancate, errori di omissione”.
Partiamo dal numero dei paramedici. «Come numero, concordato con la Regione, è sufficiente, e dal 2002 il corso di laurea in Infermieristica a numero chiuso (a Reggio Emilia si contano 120 nuovi iscritti all’anno alla triennale, 25 alla specialistica) garantisce il livello d’eccellenza del percorso di studi.
Gli aspiranti sono per la maggior parte reggiani o stranieri nati qui: non si è assistito, nella nostra provincia, all’assalto di operatori sanitari dall’estero», chiarisce Malvoni, che prosegue: «E’ chiaro che anche in questo settore si registrano talvolta sofferenze a causa di molteplici cause: il blocco delle assunzioni, l’allungamento della vita lavorativa, il turn over ridotto».
Tuttavia, secondo Malvoni, tra strutture pubbliche, private e libera professione, il mestiere (che negli ultimi vent’anni è stato rivoluzionato sul fronte normativo) gode di ottima salute e fenomeni sociali come l’invecchiamento della popolazione e le malattie cronico-degenerative aprono nuovi sbocchi. «L’allungamento della vita comporta più richiesta non solo nei reparti oncoematologici degli ospedali, nelle case di riposo o negli Hospice a gestione puramente infermieristica (quelli di Montericco e di Guastalla sono eccellenze, in Italia si contano pochissime strutture di questo genere), ma esistono anche ruoli emergenti. Tra i più recenti, già operativi, l’infermiere di farmacia, che su richiesta può misurare la pressione e fornire piccoli servizi».
Un altro orientamento, è quello della prevenzione: «Cerchiamo di prevenire la malattia nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle fabbriche». Ma il ruolo emergente del prossimo futuro, secondo l’Ipasvi, è l’infermiere di famiglia: una figura che ancora manca sul nostro territorio. «L’infermiere di famiglia è colui che si prende carico del paziente non autosufficiente, una volta che quest’ultimo viene dimesso dall’ospedale.
Da non confondere con il badante: può essere un aiuto per il badante, ma ha competenze maggiori e gestisce l’insieme dei bisogni assistenziali e di “care” del nucleo parentale - spiega Malvoni - le richieste delle famiglie sono in crescita: occorre fare di più, perché è evidente che il futuro del sistema sanitario si realizzerà in un continuum tra ospedale e territorio. E’ il nostro obiettivo a breve termine far sì che questa figura venga istituita da Ausl e Regione». Insomma, tempi duri per le matricole di infermieristica, che magari sognano il pronto soccorso ma per le quali sarà molto più probabile finire in un reparto a lungodegenza. «Sì, ai ragazzi dell’università lo diciamo chiaro e tondo: occorre specializzarsi in competenze avanzate nei reparti cronici - conclude Malvoni - dobbiamo sfatare l’idea che chi si dedica alla cronicità sia un infermiere di serie B. Conosco dirigenti infermieristici che, grazie a master post laurea, sono esperti nella cura del piede diabetico o nelle ferite croniche: la specializzazione paga sempre».
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