Gazzetta di Reggio

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L’inchiesta partì da un esposto anonimo

di Elisa Pederzoli
L’inchiesta partì da un esposto anonimo

Il racconto delle indagini dal maggiore di Fiorenzuola: «Villirillo il personaggio chiave, Nicolino lo chiamavano l’ingegnere»

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REGGIO EMILIA. L’incendio di un’auto - una Bmw 530, nel settembre del 2009 a Castelvetro Piacentino - e un esposto anonimo arrivato ai carabinieri di Fiorenzuola D’Arda nello stesso periodo, in cui si denunciavano aziende collegate a imprenditori di origine cutrese che operavano attraverso le false fatturazioni e il reimpiego dei proventi che ne ricavavano.

E’ iniziata così l’indagine Aemilia. A raccontarlo ieri in aula,nel corso della sesta udienza nell’aula bunker, è stato il maggiore dei carabinieri Andrea Leo, al tempo comandante della compagnia piacentina e attualmente al Ros di Catanzaro. Da una parte gli episodi registrati dal territorio dunque, dall’altra l’inchiesta “Grande Drago”, che nel 2005 si concentrò sul racket dell’edilizia e che portò a numerosi arresti. «La sentenza stabilì che già negli anni 2000 era presente una cellula ’ndranghetista originaria di Cutro che spaziava tra Piacenza, Parma, Reggio Emilia e Parma. Siamo partiti da questa sentenza, che nel frattempo è diventata definitiva, per andare a vedere quali erano state le dinamiche evolutive».

Siamo nel 2011. Nel mese di marzo, partono i servizi di osservazione, da maggio le intercettazioni: saranno alla fine 75 quelle telefoniche, 7 le ambientali, 3 in carcere.

«Emergono alcune caratteristiche del fenomeno emiliano che è sicuramente di natura ’ndranghetistica. I presupposti sono quelli tradizionali: l’intimidazione, l’omertà. Ma gli effetti sono particolari: non per il pizzo, ma per ottenere dei comportamenti - spiega l’ufficiale - Il gruppo emiliano è unitario ma anche svincolato dal territorio: si muovono oltre il territorio di competenza, tra le province di Modena, Reggio, Parma, Piacenza e più marginalmente nel Cremonese, Mantovano, Veronese». Poi, parla di Nicolino Grande Aracri. «Una figura sui generis: questo nome caratterizza più il gruppo, che il capo. Viene usato dai vari elementi per presentarsi» prosegue il maggiore Leo.

Il testimone, interrogato dal pubblico ministero Marco Mescolini, racconta come ben presto sia stato un nome a emergere come elemento centrale e di collegamento tra le varie persone osservate, sul quale arrivano anche le indagini di altre province come Modena: quello di Romolo Villirillo, già condannato in abbreviato di Aemilia a 12 anni e 2 mesi. Lo definisce un «collettore, un personaggio chiave». In aula, vengono descritti i rapporti con Maurizio Cavedo, l’allora poliziotto della Stradale di Cremona imputato in Aemilia. Poi, quelli con Antonio Gualtieri. «Collabora con lui, poi lo sostituisce quando viene arrestato». Sono loro due ad avere rapporti stretti con Nicolino Grande Aracri. Lo vanno a trovare quando è ricoverato a Roma al Gemelli e i carabinieri registrano tutto. Quando parlano di lui è «l’ingegnere» o il «giovanotto».

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