Gazzetta di Reggio

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«L’Area vasta solo dopo il referendum»

di Leonardo Grilli
«L’Area vasta solo dopo il referendum»

Il presidente della Provincia Manghi risponde alla Gazzetta: «Io creerei un macroterritorio che va da Modena a Piacenza»

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REGGIO EMILIA. È ormai dall’8 aprile del 2014, da quando è entrata in vigore la legge Delrio sulle “città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni” che si parla di Area vasta. Due anni in cui le funzioni e le disponibilità delle amministrazioni locali sono cambiate, ma di fatto non si è ancora giunti a nulla di concreto. Le vecchie Provincie, seppur modificate, ancora esistono e i macro agglomerati territoriali ancora non si sono realizzati. Nemmeno in Emilia, dove la cosiddetta “Soggettività Mediopadana” resta un miraggio lontano. Sollecitata dal direttore della Gazzetta di Reggio Stefano Scansani la politica locale sta quindi rispondendo, spiegando i motivi di questo ritardo. Oggi è il turno di Giammaria Manghi, presidente della Provincia di Reggio Emilia, secondo cui la sostanza del problema sta nell’attuale incertezza legislativa su che cosa concretamente sia un’Area vasta.

Il tessuto commerciale emiliano è pronto da tempo a unirsi, ma la politica sembra essere sempre in ritardo.

«Non è così, e se non si vuole parlare solo di suggestioni si devono capire i passaggi normativi. Perché non facciamo l’Area vasta? Perché ad oggi non esiste, non esiste una legge che spieghi nel concreto come debba concretizzarsi. C’è solo un nome scritto nella legge 56, poi recepita dalla Regione Emilia-Romagna che si è detta propensa a seguirne il testo. Ma il punto è che non c’è nulla da seguire per ora, si deve aspettare il referendum di ottobre. Se la riforma costituzionale verrà confermata e le Provincie saranno abolite allora il Governo dovrà legiferare e spiegare come saranno strutturare e cosa conterranno le Aree vaste. Quindi alla Regione spetterà delimitarne i confini».

Nessuna apatia della politica quindi?

«Prima di ottobre non possiamo programmare qualcosa rischiando di andare poi fuori strada. Non si tratta di disinteresse della politica ma di comportamento rispettoso dei tempi legislativi. Siamo nel mezzo di un cammino cominciato nel 2014 e da allora già molto è cambiato. Le Provincie sono state ridefinite, il personale dimezzato, alcune funzioni cancellate. Quello era il primo tempo, ora siamo nel secondo, ma deve essere ancora portato a compimento».

E se la riforma costituzionale fosse confermata cosa accadrà?

«Ci sono due strade possibili. Se verrà deciso che l’Area vasta avrà una funzione solo amministrative, e dovrà quindi decidere unicamente su strade scuole ecc., le sue potenzialità saranno notevolmente ridotte. Se invece, come mi auguro, avrà anche dei poteri strategici e di indirizzo politico allora si potrà fare la differenza. E in quel caso sono favorevole a rompere gli attuali confini».

Lei quindi che Area vasta si immagina per il nostro territorio?

«Io sono per un’Area Emilia, un macroterritorio che includerebbe le quattro città emiliane: Modena, Reggio Emilia, Parma e Piacenza. In questo modo, e se il nuovo ente avrà le funzioni strategiche come dicevamo prima, si potrà far valere l’idea che non ci sono più confini fra un territorio e l’altro. E si potrà fare qualcosa di concreto per aiutare il commercio locale. Ad esempio per il comparto produttivo delle ceramiche, attualmente diviso fra la reggiana Scandiano e la modenese Sassuolo. La Romagna è già storicamente unita, Bologna rientra nelle città metropolitane, Ferrara ondeggia fra il litorale e l’entroterra. Restiamo noi, che unendoci possiamo davvero fare la differenza e diventare un punto di riferimento a livello nazionale»

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