«Ho perso un figlio ma dovevo cantare»
Luciano Ligabue alla trasmissione di Fazio spiega il racconto che conclude il suo ultimo libro “Scusate il disordine”
CORREGGIO. Sedici racconti, tutti che in un modo o nell'altro ruotano intorno al tema della musica, tra momenti felici, altri esaltanti, altri tristi, cupi, disperati. Come l'ultimo che chiude la serie. È quanto contiene “Scusate il disordine” l'ultimo libro di Luciano Ligabue, pubblicato da Einaudi.
Dopo la presentazione al Salone internazionale del libro di Torino, Liga lo ha portato a Che Tempo Che Fa, la trasmissione di Raitre condotta da Fabio Fazio. Domenica scorsa il rocker correggese, preceduto da una clip di video di suoi recenti concerti, è entrato nello studio televisivo accolto quasi da un'ovazione del pubblico. «Accoglienza discreta...» ha commentato sorridendo sedendosi sulla poltrona bianca degli ospiti.
«Il tuo mondo è fatto di grande suono, di grande rumore – ha esordito Fazio – mentre un libro è l’esatto contrario, è il momento della scrittura silenziosa». Ligabue: «Sì, il problema è proprio uscire da quel rumore, che non è solo musica, ma luci, il palcoscenico, quel tipo di presenza in mezzo al pubblico che fai fatica a farne a meno. E nel tempo ho dovuto imparare a gestire questi sbalzi, tra la luce e il buio. E in quei momenti di raccoglimento mi viene la voglia di scrivere qualcosa. Magari per esprimere altre cose, altri sentimenti con altra modalità».
Poi Fazio, sfogliando il libro, ha aggiunto: «Nell'ultimo racconto hai deciso di parlare di una cosa molto intima e sicuramente difficile per tutti, ma in particolare per uno come te che poche ore dopo quello che è successo doveva comunque salire sul palcoscenico...» .
Qualche secondo di silenzio, poi Ligabue è entrato nel cuore di quel capitolo che chiude “Scusate il disordine”, forse anche come scelta finalmente liberatoria: «Il fatto che sono passati tanti anni, il trascorrere del tempo, ti permette, mi permette di poterlo raccontare. È il fatto di un figlio che nasce ma che muore pochi minuti dopo e di un artista che il giorno dopo doveva salire sul palco da solo, e solo con una chitarra. Una condizione che definisco “assolutamente nuda”. Quell’artista ero io e in quel momento ero terrorizzato, convinto di non riuscire a portare avanti lo spettacolo. È crudele pensare che quando uno vive un dramma personale e familiare del genere, invece di isolarsi, di stare da solo, deve comunque essere lì, sul palcoscenico per allietare “loro”, cioè il mio pubblico Io comunque ero lì per allietare loro, il mio pubblico . E allora ho deciso di affidarmi a loro, a quelle persone che avevo davanti. Così, non so come, sono riuscito, come dire, a beneficiare della partecipazione del pubblico, di quella situazione che doveva essere ed è stata di divertimento».
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