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Vecchi e l’area vasta «Che non sia solo un ente di gestione»

di Leonardo Grilli
Vecchi e l’area vasta «Che non sia solo un ente di gestione»

Dopo Manghi ora anche il sindaco risponde alla Gazzetta «Serve un ente capace di far collaborare i Comuni emiliani»

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REGGIO EMILIA. Il presidente della Provincia Giammaria Manghi, rispondendo a una sollecitazione del direttore della Gazzetta di Reggio Stefano Scansani, ha detto ieri riguardo all’Area Vasta: «Per adesso non esiste nulla, si deve aspettare il voto del referendum di ottobre e una legge nazionale per sapere cosa fare. L’Area vasta oggi non esiste». Di un parere uguale ma per certi versi opposto il sindaco di Reggio Emilia Luca Vecchi, Uguale perché concorde nel dire che è necessario rispettare l’iter legislativo di riforma costituzionale, e quindi aspettare il voto popolare. Opposto perché l’Area vasta per il sindaco esiste già nella sostanza, all’interno delle iniziative che vedono una sinergia e una collaborazione fra i Comuni emiliani.

Area Vasta, un nome che per adesso è soltanto scritto nella riforma Delrio. Quanto si dovrà aspettare per vederlo davvero concretizzato?

«Come già ricordato dal presidente Manghi si deve attendere il voto popolare. Siamo nel pieno di un processo di riforma dello Stato dove, con l’auspicabile voto positivo del referendum supereremo il bicameralismo perfetto, la creazione delle città metropolitane e il superamento delle Provincie. Questo porterà a una riorganizzazione degli enti territoriali di governo dove tra i Comuni e le Regioni si innesterà un ente di secondo grado senza mandato elettivo: le Aree vaste. Nel vivo è invece la discussione su cosa debba diventare questo organo. Le strade sono due: sarà un luogo di pura gestione di servizi o invece di pianificazione strategica».

Due cammini che portano a obiettivi molto diversi fra loro. Lei a quale vorrebbe arrivare?

«Noi abbiamo un’idea molto precisa, che è quella di un’Area vasta lungo l’asse della via Emilia. Da una parte c’è la Romagna, in mezzo c’è la centralità di Bologna e mi pare coerente costruire un ente che da Modena si spinga fino a Piacenza. Ma non sarebbe sproporzionato nemmeno pensare anche di estenderlo fino a Ferrara, in modo che davvero si inglobi tutta l’Emilia. Questo però a patto che le Aree vaste diventino dei luoghi capaci anche di costruire indirizzi di politica strategica e che possano stringere accordi diversi sui singoli temi».

Accordi di che tipo?

«Per esempio se ci fosse bisogno di sviluppare una progettualità lungo il Po serve un accordo territoriale fra i Comuni che si affacciano sul fiume. Se si deve fare un progetto sull’area delle ceramiche bisognerà coinvolgerne altri, e metterli nelle condizioni di lavorare assieme. Ecco se questo è il modus operandi la dimensione “vasta” non i spaventa, anche con dentro Ferrara. Se invece creiamo degli enti di mera gestione di strade e scuole, allora seconde me allargare gli spazi può diventare un fattore limitante. Ma l’Area Vasta non è solo quella istituzionale che si completerà al termine di questo percorso. È una forma mentis, una cultura politica, la consapevolezza che collaborare rafforza la competitività della città. E in questo senso non sono d’accordo con chi dice che c’è un’inerzia dei politici».

Reggio quindi sarebbe già attiva in questa sorta di “politica della vastità”.

In questi anni abbiamo già sviluppato dei progetti di Area vasta che sono stati fondamentali per il nostro territorio e per l’Emilia. Tutti figli di generazioni di nostri amministratori. Prendi ad esempio la Mediopadana, che adesso anche i parmigiani e i modenesi chiamano “la nostra stazione”. Oppure la cultura, con il progetto sul Ducato estense che grazie alla collaborazione con Ferrara e gli altri Comuni porterà 70 milioni. O ancora Fotografia Europea, dove quest’anno più che mai abbiamo fatto rete con altre realtà. O l’eccellenza della nostra sanità e del nostro modello educativo. Dobbiamo insomma collaborare e cooperare, tirare la palla alta e avere il coraggio di rincorrerla e andarla a prendere».

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