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La Procura di Reggio Emilia apre otto inchieste su Brescello

Tiziano Soresina
La Procura di Reggio Emilia apre otto inchieste su Brescello

I fascicoli legati allo scioglimento per mafia. Casa cantoniera occupata da un cutrese: tecnico comunale nei guai per falso

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BRESCELLO. La più che corposa documentazione – costituita dalle 300 pagine della relazione prefettizia e dall’articolata decisione del ministro Angelino Alfano – sullo scioglimento per mafia del consiglio comunale di Brescello ha innescato un intrecciato fuoco di fila a livello investigativo.

 

Da una parte la Dda di Bologna che sta valutando attentamente gli atti (probabile l’apertura di un’inchiesta) per capire se vi siano o meno condotte sul piano del coinvolgimento della criminalità organizzata. Intanto, però, arriva – da quanto “filtra” – una decisa “sterzata” da parte della Procura di Reggio che da quegli incartamenti ha fatto partire ben otto inchieste su Brescello (seguite direttamente dal procuratore Giorgio Grandinetti) a cui è stato aggiunto un nono filone investigativo per l’utilizzo di un terreno demaniale come deposito di attrezzi e macchinari edili.

La ndrangheta a Reggio Emilia: il nostro speciale

Relativamente all’occupazione di una casa cantoniera risulta indagato un tecnico del Comune di Brescello con l’accusa di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici. Nel merito di questa vicenda è entrato specificatamente il ministro Alfano nella decisione girata per legge al presidente della Repubblica: «Rileva, ai fini della presente relazione – scrive il numero uno del Viminale – la vicenda dell'assegnazione di un alloggio demaniale ad un parente del locale vertice della 'ndrina, peraltro in passato tratto in arresto per il delitto di estorsione.

Ecco la mappa dei beni confiscati realizzata da Confiscati Bene
(dati dell'Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati)

L'immobile, che nel 2008 era stato acquisito in concessione dalla regione Emilia-Romagna, dopo alcuni interventi di ristrutturazione disposti dal comune, è stato assegnato in sub-concessione, fino al 2013, al predetto congiunto dell'esponente mafioso, che già occupava abusivamente lo stabile. [[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:reggio:cronaca:1.13454595:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/reggio/cronaca/2016/05/11/news/abusi-minacce-e-favori-alla-cosca-cosi-brescello-e-diventata-terra-di-mafia-1.13454595]]

Da quella data ad oggi, anche se il contratto è scaduto, il sub-concessionario continua ad occupare la struttura comunale, senza aver mai versato alcun canone all'amministrazione. Il mancato pagamento dei canoni di locazione troverebbe giustificazione nel fatto che il comune ha riconosciuto al sub-concessionario un credito dallo stesso maturato per ulteriori opere di sistemazione dei locali - peraltro mai autorizzate dall'ente, nè collaudate - il cui ammontare non risulta comprovato da alcuna fattura o ricevuta.

Grave è anche la circostanza – conclude Alfano – che l'attribuzione dell'alloggio è avvenuta in deroga alle graduatorie comunali, in base ad una scelta discrezionale dell'amministrazione, adottata in assenza di alcun criterio oggettivo».

Gli altri sette filoni investigativi che affondano le radici nello scioglimento del Comune della Bassa sono – al momento – senza indagati, ma prospettano reati non indifferenti: abuso d’ufficio e omissione d’atti d’ufficio. In via di verifica anche altre situazioni che “puzzano” di illecito edilizio. Infine vi è l’indagine ora in via di completamento su quanto segnalato dai carabinieri tre anni fa sempre a Brescello: i militari avevano scoperto che veniva occupata senza autorizzazione un'area nei pressi del cavalcavia della Cispadana, in via Breda Vignazzi, alla periferia del paese.

Qui era stata creata una sorta di magazzino nel quale venivano riposti attrezzi nonché macchinari, e per legittimare ulteriormente la loro occupazione, avevano recintato l'area con una rete. Per i carabinieri responsabili di questa irregolarità sono Francesco Grande Aracri e due suoi figli.

Da qualche tempo, dunque, la zona era diventata un deposito dei beni delle loro aziende, ma i controlli approfonditi che i carabinieri stavano conducendo in quel periodo – culminato con il primo maxi sequestro di beni a Grande Aracri – avevano portato a galla l’irregolarità. I tre sono stati denunciati per concorso in invasione di terreni ed edifici e, nel caso del padre, Francesco, il reato è aggravato in quanto è oggetto di una misura di prevenzione come la sorveglianza speciale.

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